Il 20 maggio 1970, la legge 300/1970 , conosciuta anche come “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento” veniva pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. La legge – che passerà alla storia sotto il nome di Statuto dei lavoratori –  era stata approvata dalla Camera dei Deputati il 15 maggio dello stesso anno, con i 217 voti favorevoli della maggioranza di Governo (DC, PSI e PLI ) e del PRI. Si astennero invece PCI, PSIUP e MSI.

Il provvedimento, considerato uno dei più avanzati in materia di diritti del lavoro, introduceva molteplici novità: l’articolo 1 sanciva la libertà d’opinione del lavoratore, il quale non poteva più essere discriminato o licenziato per le sue opinioni politiche o religiose. L’articolo 2, invece, prevedeva il divieto per il datore di lavoro di ricorrere all’utilizzo di guardie private per controllare l’attività dei dipendenti. Una norma all’epoca considerata il cuore della legge. Poi vi era l’articolo 4, cioè la proibizione dell’utilizzo di impianti audiovisivi per sorvegliare a distanza l’attività dei lavoratori. Infine, non possiamo non menzionare il famigerato articolo 18, oggetto di contese, diatribe (e modifiche) nell’Italia degli ultimi dieci anni. Esso prevedeva il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo. La norma è stata modificata dalle ultime riforme: in primis la Legge Fornero, che introdusse una casistica di possibilità che prevedono l’erogazione di un indennizzo economico al posto del reintegro sul lavoro per i licenziati senza giusta causa. Poi, con il Jobs Act del Governo Renzi, vi è stato invece il “congelamento” delle tutele previste dalla norma per i contratti stipulati dopo il 1 marzo del 2015.

Ma come si arrivò all’approvazione dello Statuto dei Lavoratori? E al successivo depotenziamento di alcune sue norme?

Occorre compiere un percorso a ritroso. Si tratta di una storia fatta di battaglie e istanze. Una storia che dovrebbe essere di lezione alle generazioni presenti.  

Nei primi anni della Repubblica Italiana vi era una dura politica antisindacale, portata avanti dalla polizia e coadiuvata dall’allora Ministro dell’Interno Mario Scelba. Le repressioni degli scioperi e delle rivendicazioni lasciavano sul campo numerosi morti e feriti – come avvenne ,ad esempio, con la strage di Modena del 9 gennaio 1950. Il clima all’interno delle fabbriche era duro e pesante: per gli operai fortemente politicizzati e sindacalizzati vi era il forte rischio di essere mandati a casa senza la possibilità né di un indennizzo né di un reintegro. Già al congresso della CGIL di Napoli del 1953, il segretario Giuseppe Di Vittorio si fece portavoce di una proposta incentrata sulla creazione di uno Statuto con il fine di “portare la Costituzione nelle fabbriche” e di attuare tutti quei principi di libertà enunciati all’interno della Carta. La proposta era rivolta anche alle altre sigle sindacali (CISL e UIL) , in modo da poter giungere a un’iniziativa unitaria, in grado di apportare cambiamenti sostanziali in materia di diritti del lavoro. La proposta iniziale di Di Vittorio rimase tuttavia lettera morta. Bisognava aspettare che la società italiana cambiasse identità, da paese prevalentemente agricolo a potenza industriale, e che inurbamento urbano e migrazioni interne facessero crescere una nuova forza lavoro, capace di rivendicare con maggior forza le istanze sindacali.

Intorno alla metà degli anni ‘60 i tempi parevano maturi. Erano gli anni del “centrosinistra”, nuova formula politica che vedeva la governance del Paese affidata al Partito Democristiano e al Partito Socialista. Sul finire del decennio, poi, com’è ben noto, in Italia e in gran parte dell’Europa occidentale si assisteva a un momento di forti rivendicazioni e lotte studentesche.

Socialista era il ministro del Lavoro dell’epoca, Giacomo Brodolini, che raccolse la proposta lanciati anni prima da Di Vittorio. Nel 1969, egli istituì una Commissione di esperti incaricata di redigere una bozza di statuto (da lui chiamato “Statuto dei lavoratori”), guidata dal docente universitario Gino Giugni (scomparso nel 2009). Il maggior promotore dello Statuto, Brodolini, non lo vide venire alla luce, poiché morì poco dopo l’istituzione della Commissione (11 luglio 1969). Per l’approvazione del provvedimento si rivelò fondamentale l’operato del successore al dicastero del Ministero del Lavoro: il democristiano Carlo Donat Cattin. Egli portò prima il Senato, poi la Camera, ad approvare la legge 300/1970.

Che cosa rimane (e dovrebbe rimanere) oggi, di questa storia, fatta di istanze, lotte politiche e rivendicazioni sindacali?

Io credo che il percorso che portò all’approvazione dello Statuto dei Lavoratori possa suggerire alla mia generazione e a quelle che verranno quanto sia importante portare avanti istanze in grado di migliorare il benessere collettivo e la tutela dei diritti sociali, espressioni ormai in disuso nel linguaggio pubblico odierno. Dovremmo farci promotori di uno nuovo Statuto, costituito da articoli attualizzati ed “aggiornati” alle problematiche del mondo del lavoro di oggi. Viviamo in un paese con un tasso a dir poco inquietante di disoccupazione giovanile (31,7%, dato di marzo). Viviamo in un paese dove le tutele sono pressoché assenti per i lavoratori impiegati nelle cosiddette economie delle piattaforme (Uber, Deliveroo, Amazon). Viviamo in un paese dove la mancata attenzione da parte dei datori di lavoro nei confronti delle norme di sicurezza causa centinaia di morti bianche all’anno. Viviamo in un paese dove i partiti usciti vincitori dalle elezioni del 4 marzo (Lega e M5S) dettano agende di “cambiamento” e non fanno alcun riferimento alle tre problematiche che ho segnalato nelle righe antecedenti.

Le battaglie di oggi? Eccole.

 

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