Quando partii per l’Erasmus lo feci anche perché volevo valutare la possibilità di vivere all’estero. In molti mi suggerivano – e lo fanno tutt’ora – di andar via sostenendo che qui, nel mio paese, non c’è speranza, non ci sono fondi per la ricerca sufficienti, che andare ad insegnare anche nei licei è diventato un percorso ad ostacoli, e via dicendo.

Dopo un po’ che ero in Francia iniziai quindi a domandarmi che cosa potesse esserci dietro al passo di andarsene da dove sei nato, se dove sei nato non è un paese in miseria. Certo, ci sono i motivi personali, la curiosità e via dicendo, ma tant’è anche che quasi senti un obbligo a fare le valigie perché avverti il nostro paese come privo di speranza e di futuro, dominato da faccendieri.

Allora dici a te stesso: che paese di merda il mio, perché è un paese che quasi mi costringe ad andarmene. Un paese che sembra non volermi. Eppure, mi pare di aver fatto quello che dovrebbe essere il dovere di ogni cittadino: darsi da fare nel proprio campo. Forse è per questo. Ma allora che paese di merda è il mio se mi manda via perché ho fatto il mio dovere? Che tipo di paese è il mio se devo andarmene perché nega il mio futuro?

All’improvviso ti senti abbandonato, ti senti non voluto.

Una persona non dovrebbe essere obbligata ad andarsene dal proprio paese: una persona dovrebbe spostarsi solo se ha voglia di farlo, non perché obbligato dalle circostanze. Altrimenti viene tolta la libertà, vengono eliminati i diritti e i doveri perché se me ne vado i doveri per te, Stato, non li adempio più. Eppure pretendi che sia patriottico, che paghi le tue tasse, che contribuisca alle tue pensioni, che voti per un partito che non parla di me.

L’Italia è un crocevia: vi arrivano i migranti dal mare, sperando in un breve soggiorno, e da cui se ne vanno i giovani italiani senza sapere se torneranno.

In confronto alla media europea siamo il paese con più espatriati: Francia e Spagna, ad esempio, hanno anche loro un tasso di uscita elevato, ma questo non risulta ingente come il nostro e, soprattutto, c’è un equilibrio maggiore fra persone che se ne vanno e persone che entrano o tornano.

Nel 2014 la fascia di età degli espatriati italiani compresa tra i venti e i quarantenni ha varcato la soglia del 50%, il che significa che la fascia più produttiva e giovane del nostro paese se ne è andata all’estero.

Secondo uno studio dell’Istat del 2015 il numero di emigrati italiani è pari alle 82 mila unità: il più alto incremento negli ultimi dieci anni, in crescita del 20,7% rispetto all’anno precedente. Il 60% di queste persone ha tra i venti ed i quarantacinque anni, a conferma che l’Italia diventa sempre più un luogo da cui le nuove generazioni fuggono. Dati ancor più recenti ci dicono che nel 2016 50 mila giovani, tra i 18 ed i 34 anni, sono espatriati. Il Rapporto italiani nel mondo 2017 della fondazione Migrantes della Cei racconta che 5 milioni di italiani si sono trasferiti in Europa o nel resto del mondo, con un aumento del 3,3,% in un solo anno, cioè rispetto al 2016.

Quello di cui stiamo parlando è un esodo a cui non viene data né voce né forma.

E sarebbe questa la generazione dei bamboccioni? Una generazione di cui più del 50% se ne va all’estero, silenziosamente, a lavorare perché qui non c’è futuro? I bamboccioni ci sono eccome, ma sono quelle persone che passano il loro tempo nella chiacchiera infruttuosa, nel lamento che niente propone, che si ostinano a non cercare lavoro, quelle persone che credono che fare l’università significhi solamente imparare qualche nozione in maniera dogmatica privandosi dello spirito critico e dell’interiorizzazione. I bamboccioni sono questi, i nulla facenti, i mantenuti, gli improduttivi, i critici del tutto ma che non si azzardano a fare proposte. Ma non gli altri, non quel più del 50% che se ne va all’estero a fare il proprio dovere. Ma a tutti dico: svegliatevi! Se non proponiamo niente, preferendo lasciare parola a chi l’ha già avuta a lungo o a chi propone soluzioni irrealistiche e mistificatorie, non ci smuoveremo da qui. La colpa della fuga è del nostro paese, ma anche nostra perché niente proponiamo, niente analizziamo.

L’Italia è un paese che sin dalla sua nascita da luogo a fenomeni migratori. Nel fenomeno di cui parlo in questo articolo solitamente si tendono a mettere in risalto i cosiddetti “cervelli in fuga”, quelle persone che hanno una laurea o un dottorato e che se ne vanno all’estero. Una fuga che, in effetti, ci costa cara perché i brevetti dai “cervelli” degli ultimi venti anni hanno una valore stimato intorno ai 4 miliardi di euro.

È vero che l’università stimola da sempre la mobilità, e ciò è giusto perché in un ambito di così alta formazione non è possibile sentire solo la voce del proprio paese. Il problema della fuga dei cervelli infatti sta nell’assenza di circolazione di talenti nel nostro paese. Detto in altri termini non c’è equilibrio tra talenti in uscita ed in entrata perché i primi superano i secondi ed il tasso di rientro rimane basso.

Ma quali sono i numeri dei cervelli in fuga all’interno del quadro più ampio dell’emigrazione italiana all’estero? Secondo il rapporto Istat del 2017 solamente il 37,4% degli emigranti possiede un titolo di studio universitario, cioè un terzo del totale: pochi. Ad andarsene, infatti, sono soprattutto non laureati, e questo complica le cose perché la massa di migranti italiani è fortemente eterogenea.

Vi sono ancora pochi studi su questa nuova emigrazione, e le ricerche pubblicate fino ad ora sono disomogenee tra di loro. Ciononostante vi è un punto su cui i vari studi concordano: che questo nuovo ciclo migratorio risale alla metà degli anni Novanta e che, tra il 2008 ed il 2012, il fenomeno è esploso. Questo significa due cose. Innanzitutto che vi è stato un incremento dell’emigrazione italiana in concomitanza con la crisi economica, aspetto che configura in parte il fenomeno come economico, cioè legato al problema del lavoro; allo stesso tempo questa nuova emigrazione è precedente di circa un decennio la crisi, il che ci dice che non è solamente un problema economico, ma anche socio-culturale.

Nella retorica italiana sul problema o si mettono in risalto le storie di successo, o si semplifica il discorso sostenendo che “in Italia non c’è lavoro”. Ma non sta tanto nel lavoro il problema: una persona che fa il cameriere all’estero può farlo benissimo anche in Italia, tanto più che lavorare in un altro paese non è questo paradiso come tendiamo ad immaginarci.

Il vero motivo per cui tanti giovani se ne vanno dall’Italia sta nella mentalità orgogliosamente provinciale del nostro paese, nell’assenza di speranze e prospettive, nell’asfissiante immobilismo che toglie ogni interesse e che costringe alla noia, nella ripetitività di discorsi ormai privi di senso ma sempre espressi.

Lo studio dell’Università Ca’Foscari La nuova emigrazione italiana del 2015 esprime bene ciò che voglio dire con queste parole: «spesso, chi ora lascia l’Italia – specie tra i più giovani – non lo fa soltanto perché è costretto, per mancanza di lavoro o per l’impossibilità oggettiva di percepire uno stipendio dignitoso che consenta la programmazione del futuro. Chi emigra oggi lo fa anche perché è spinto da un contesto culturale e politico asfissiante, che non consente di intravedere un orizzonte di speranze, che brucia sul nascere perfino l’immaginario di un mondo e di una esistenza migliori. Insomma non è solo ricerca di lavoro, ma anche altro».[1]

Siamo di fronte ad una nuova classe. Il termine «classe» può risultare fuorviante: non è un insieme di persone unite ed omogenee quello degli emigranti italiani. Per di più il concetto di classe, come tutti i concetti, oggettivizza e costringe agli schematismi. D’altro canto senza il riconoscimento che la nostra è una società classista e che quella dei migranti italiani è una nuova classe si va da poche parti. Riconoscendola come classe le si dà una forma, quindi una visibilità. Senza riconoscerla come classe, o magari come classi, si evita il problema politico, culturale, economico, sociale e drammatico perché quel problema ha una forma poco definita. In pratica: sai che c’è il problema, ma non restringi il campo, eviti di metterlo a fuoco, così che il problema c’è ma è come se non ci fosse, e nessuno deve occuparsene. Ma questa classe composita è una nuova classe, cui è necessario trovare un nome, che è necessario interpellare, far intervenire nel dibattito pubblico, per risolvere questo problema una volta per tutte.

È vero che noi giovani non siamo in Italia la maggioranza. È vero che la generazione dei nostri genitori è resa schiava dal lavoro e dal sistema pensionistico. Ma è altrettanto vero che siamo stati i grandi assenti di queste elezioni. In un certo senso ne siamo i grandi protagonisti che, silenziosamente, se ne vanno, non votano o votano in maniera rassegnata e, talvolta, disinformata. Ci sono due problemi in questo discorso: uno riguarda i giovani, l’altro i loro genitori. Il problema comune è il lavoro, le opportunità, la possibilità di una vita serena e dignitosa. Non c’è equilibrio nel dibattito politico su questo argomento perché focalizzati soprattutto sulle pensioni o sulla chiacchiera «i giovani vanno via perché non c’è lavoro». Se non c’è equilibrio, perché si è concentrati su un problema soltanto, questo problema non lo si risolve. Come potrebbe essere altrimenti? Sono due problemi, quello delle pensioni e dell’emigrazione, collegati tra di loro.

Devo essere sincero: io stesso non avverto e non riscontro un margine di miglioramento sul breve periodo in Italia.

Dopo essere tornato mi sono reso conto che gran parte dell’Italia e degli italiani vivono in una bolla di sapone: hanno una vaga idea di che cosa ci sia alle porte di casa loro, di tutto ciò che si precludono con il loro campanilismo e il loro orgoglio patrio. Sto facendo una generalizzazione, me ne rendo conto. Non tutti gli italiani sono così, né all’estero è il paese del bengodi. Nella stessa Francia la vita è dura, lo Stato invadente e l’università ha problemi di fondi. Così come l’orgoglio patrio: parliamo della Francia o dell’Inghilterra, chi più di loro è nazionalista? La differenza profonda sta nelle possibilità che lo Stato garantisce, sia che tu sia un’eccellenza sia che tu sia una persona che ha bisogno di aiuto. La differenza profonda, ad esempio con la Francia, è che molti francesi hanno una visione ed un modo di pensare globale frutto anche del fatto che la loro è una repubblica estesa nel mondo –mi riferisco ai territori d’oltre mare. Altra profonda differenza è che i francesi si organizzano e protestano contro il governo quando c’è qualcosa che non gli va bene, e sono disposti a farlo anche per parecchio tempo, proponendo delle alternative. I francesi non cercano di fregare lo Stato come noi italiani, ma cercano di migliorarlo. Fanno ciò che fanno perché sanno che lo Stato può aiutarli, se ben gestito ed organizzato.

Ben poche delle persone che rimangono qui si rendono conto di cosa possa significare andarsene. Emigrare non è solo un dramma economico, ma anche sociale, personale, familiare e culturale.

Allo stesso tempo ben pochi sono consapevoli del valore aggiunto che, una persona che ha vissuto all’estero, può avere. Non scorderò mai le diverse voci che, durante il periodo elettorale, sostenevano che non avrei dovuto votare perché fuori dall’Italia da ben due mesi. Due mesi!

Come scordare chi mi diceva che gli Italiani all’estero non dovrebbero votare perché «che vuoi che ne sappiano di cosa succede nel loro paese», come se non leggessero i quotidiani nazionali o non guardassero i telegiornali.

Chi sostiene che gli italiani all’estero non debbano votare non si rende conto che proprio perché stanno all’estero comprendono, meglio di chi vive sempre nel proprio paese, di come l’Italia sia ridotta. La lontananza spesso aiuta a focalizzare e a mettere ordine nei quadri problematici: immersione in un contesto non è infatti sempre sinonimo di consapevolezza.

C’è un aspetto tragicomico in tutto questo: la nostra continua auto-glorificazione, la nostra convinzione di essere i migliori, quando invece siamo sempre più un’appendice governata da ignoranti privi di ogni pudore.

Ciò che ho scritto è un grido: il grido di un giovane che non chiede soltanto, ma spera anche di proporre. È il grido dei miei amici e delle persone che non conosco che sono costrette a vivere all’estero. Un grido per portare attenzione su di un esodo di persone che non sempre se ne vanno perché vogliono farlo. Un grido di persone che abitano lontano da casa e soffrono. Un grido di persone sommerse cui nessuno, qui in Italia, vuol dare ascolto.

È il grido di rabbia e di dolore degli esiliati e degli auto-esiliati.

Se l’Italia vuol essere un paese alla pari degli altri deve aprirsi, accantonare il suo orgoglioso arroccamento campanilistico, schiudersi verso il mondo, ridare speranza, eliminare l’ignoranza ancora troppo diffusa. Ma soprattutto deve trovare la voglia di uscire dal baratro di malafede in cui si è gettata attraverso cui relega – perché noi tutti contribuiamo a mantenere l’ignoranza – i suoi figli più giovani in un mare di tristezza e di agire privo di ogni speranza.

[1] Iside Gjergji (a curda di), La nuova emigrazione italiana. Cause, mete e figure sociali,  Venezia, Edizioni Ca’Foscari – Digital Publishing, 2015.

 

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Sono nato a Pisa il 25 aprile del 1992 e mi sono laureato, sia alla triennale che alla magistrale, in Storia moderna e contemporanea presso l’Università di Pisa.

Nelle mie ricerche mi sono occupato soprattutto di storia degli Stati Uniti e delle relazioni internazionali, ma anche di storia culturale e della politica, oltreché di filosofia, letteratura e musica.

Dal gennaio al maggio 2018 sono stato in Erasmus Traineeship alla Sorbona IV di Parigi, dove ho approfondito le mie ricerche sulle relazioni di potere tra polizia ed esercito, altro tema a me caro.

Adotto come impostazione metodologica quella indicata dalla storiografia delle Annales e una prospettiva in parte foucaultiana. Mi colloco inoltre vicino al pensiero esistenzialista di Sartre e Camus pur non affermando la mia adesione totale ai due sistemi di pensiero incarnati da questi autori. Credo infatti che sia necessario mantenere il pensiero libero e non ancorato ad una scuola precisa al fine di renderlo eclettico.