L’avvio dell’Europa moderna è figlio delle convulsioni che caratterizzarono il continente alla fine del Medioevo. Un’Europa nascente che unificò il mondo grazie alle sue esplorazioni, creando nuove realtà politiche, economiche e culturali ancora parte del nostro presente. Un’Europa che si è combattuta a lungo e spesso nella storia degli ultimi secoli. Un’Europa che decise di allontanarsi risolutamente dal proprio passato definendolo come «età di mezzo».[1] L’Europa di oggi non dovrebbe allontanarsi dal suo passato, ma abbracciarlo e studiarlo per trovare slancio nell’eterogeneità e nei problemi del presente al fine di avviarsi con un balzo nel futuro.

Circa quattro anni fa pubblicai un articolo per il giornale on-line “Il Becco” dal titolo Perché sono europeista. Nell’articolo analizzavo i vantaggi dell’Unione e i problemi che questa avrebbe dovuto risolvere per potersi affermare. Ad oggi ben pochi passi avanti sono stati fatti: a quell’articolo ne seguì uno sulla bellezza dello slancio europeista che portò ad Euromaidan e alla disillusione nel vedere l’impotenza dell’Europa nell’aiutare chi vorrebbe essere suo cittadino.

Se dò uno sguardo a volo d’uccello sulla situazione odierna questa mi sembra caratterizzata da una forte ripresa dei nazionalismi identitari in cui una destra sociale, mascherata da movimento al fine di prendere voti un po’ ovunque, la fa da padrone anche grazie al fosco confine che spesso separa l’informazione dal falso. Ognuno sente solo ciò che vuol sentire, o crede a ciò che vuol credere. I leader “populisti” che governano l’Occidente lo sanno bene e giocano su questo fatto per delegittimare gli organismi che dovrebbero essere un contrappeso al loro potere, penso ad esempio alla continua opera di diffamazione dei media americani da parte del presidente Trump. Leader come Salvini, Orban o tessitori machiavellici come Steve Bannon son ben più furbi ed organizzati di noi europeisti democratici e repubblicani. Questi leader, infatti, criticano la globalizzazione ma la sfruttano come cavallo di Troia per creare movimenti trans-nazionali, per raccogliere fondi, per mettere in atto campagne diffamatorie o mistificatorie. Un politico come Salvini sa bene che allearsi con il gruppo Visegrad non porta nessun vantaggio al suo mulino, se non uno: quello di facilitare una rottura dell’Unione Europea estremizzando la crisi legata al flusso di migranti. Egli finge di cercare una soluzione, così che possa scaricare ogni colpa all’Unione Europea al momento più opportuno, indebolendola ulteriormente. Quello che vedo nel mio volo d’uccello è la presenza di molti politici antieuropeisti competenti e capaci e che troppo spesso sottovalutiamo etichettandoli come «cretini», partendo da un leader non europeo e antieuropeista come Trump per arrivare a Salvini. Loro sanno bene cosa stanno facendo, come lo stanno facendo e perché lo stanno facendo. Noi europeisti no: siamo in balia delle onde solo ci teniamo a galla. Quello che i miei occhi vedono è l’addensarsi di una plumbea foschia all’orizzonteperché la destra sociale e populistica ha già vinto. Innanzitutto perché ha imposto il proprio linguaggio e i propri temi anche là dove ha perso le elezioni. Un esempio possono essere le amministrative olandesi del 2017, dove vinse il premier liberale uscente Mark Rutte ma in cui il tema elettorale era la questione identitaria anche nello stesso partito liberale e filoeuropeista del primo ministro. Imporre il proprio linguaggio significa imporre i propri temi, ed è una strategia che alla lunga risulta risulta vincente.

L’Olanda è utile per spiegare anche la seconda motivazione: il buon livello economico e lavorativo di questo paese, tra i migliori d’Europa, non è servito ad arginare l’avanzata di Geert Wilders, il leader islamofobo ed antieuropeista. Come già detto è stato il tema identitario a tener banco e ciò è in parte dovuto al fondamentalismo islamico che è riuscito ad instillare la paura e la sfiducia nel nostro stile di vita, uno stile che si basa sulla libera circolazione delle persone e delle merci, sull’interconnessione globale. Il timore di una «minaccia alla nostra cultura e alla nostra identità», spesso identificato nella globalizzazione e nell’immigrazione, è grosso modo frutto della paura che gli attacchi terroristici possano coinvolgerci. Motivo per cui preferiamo chiudere le frontiere e rintanarci nella nostra tana autarchica. Che non sia la globalizzazione la causa maggiore è provato dal fatto che, lo si voglia o no, ne siamo tutti imperniati e tutti ne beneficiamo – pensiamo agli smartphone, ai pc, ai film, alla musica, ai voli low cost. Allo stesso tempo, secondo un’ottica sovranista, siamo noi stessi italiani gli immigrati di massa negli altri paesi europei – link al mio articolo sui giovani. È quindi la paura della paura, intesa come possibilità che il terrorismo minacci la nostra cultura e la nostra vita,ad aver generato l’istinto alla chiusura cavalcato ed estremizzato dalla destra. In questa prospettiva gli islamisti hanno già vinto perché sono riusciti a minare le basi delle nostre democrazie e dei nostri stili di vita.

Vi è una terza causa, più sottile, ma egualmente importante: la banalità e l’inconsapevolezza del male. La storia ci ha mostrato come il male possa essere banale in quanto reso una mera funzione burocratica. In pratica, spersonalizzando e non esperendo il male nella dimensione reale, ma solo in maniera virtuale, lo si rende un concetto astratto e privo della propria connotazione valoriale: è in questo senso che esso diviene banale. In questo modo esso si diffonde, sfruttando a sua volta la frustrazione e l’incapacità di chi non riesce ad orientarsi e a collocarsi nel mondo. Condizione aggravata dalle fake news e  dal fatto che la storiografia è spesso relegata in secondo piano: è un’Europa, come dicevo all’inizio, che non abbraccia sé stessa perché non abbraccia il proprio passato. Conseguenza di ciò è il prevalere di un sentimento nostalgico verso un’epoca passata concepita come aurea, ed in questo senso un’immagine che è falsata rispetto alla realtà storica. Il rischio legato a questo sentimento nostalgico è che ha in sé la ripresa di metodi, di nichilismo, di violenza, di aspirazioni totalitarie, di culto della personalità e della razza; di fantasmagoriche idee di radici, di identità nazionale legata alla religione, a Roma, alla “italianità” contrapposta all’immigrazione, alla globalizzazione, alla diversità e all’Europa. Certi fenomeni, mutano nella forma ma ritornano nella loro sostanza essenziale.

In Italia abbiamo il grande problema di Salvini e Di Maio, in particolare ad essere un pericolo per la tenuta democratica ed europea è il primo. Salvini sta infatti attuando una continua azione di delegittimazione delle istituzioni, iniziata con lo scontro con Mattarella riguardo a Savona e che perdura tutt’oggi sul tema dei migranti, riuscendo a prevaricare i dettami costituzionali imponendosi come premier de facto – si pensi alle sue continue prese di posizione su materie che non sono di competenza del suo ministero, come i vaccini o la chiusura dei porti. Delegittimazione che è arrivata in Europa, si pensi allo scontro con il ministro lussemburghese Asselborn: una provocazione calcolata e rilanciata da un video che ha violato ogni protocollo informale. Salvini ha inoltre eliminato ogni suo possibile avversario in Italia relegando ad un ruolo di secondo piano Di Maio assorbendo e, così, annullando nel suo partito la coalizione di centro-destra. Egli è divenuto così il politico di riferimento dello schieramento antieuropeista e sovranista perché forte nei sondaggi in caso di elezioni anticipate, perché ha un forte controllo sul suo governo, perché è il leader più forte tra i paesi più forti – la Le Pen affronta una difficile crisi di consensi, in Germania non vi è una chiara situazione favorevole ai populisti, il Regno Unito è uscito. Ma soprattutto perché l’Italia è too big to fail. La penisola, a differenza dei paesi Visegrad, è la terza economia del continente, fa parte del G8 ed è uno dei fondatori dell’Unione Europea. Possiamo permetterci di perdere l’Ungheria, ma non l’Italia: se Roma dovesse cadere cadrebbe l’Europa intera.

[1] Adriano Prosperi, Dalla Peste Nera alla guerra dei Trent’anni, Torino, Einaudi, 2000, p.6.

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Sono nato a Pisa il 25 aprile del 1992 e mi sono laureato, sia alla triennale che alla magistrale, in Storia moderna e contemporanea presso l’Università di Pisa.

Nelle mie ricerche mi sono occupato soprattutto di storia degli Stati Uniti e delle relazioni internazionali, ma anche di storia culturale e della politica, oltreché di filosofia, letteratura e musica.

Dal gennaio al maggio 2018 sono stato in Erasmus Traineeship alla Sorbona IV di Parigi, dove ho approfondito le mie ricerche sulle relazioni di potere tra polizia ed esercito, altro tema a me caro.

Adotto come impostazione metodologica quella indicata dalla storiografia delle Annales e una prospettiva in parte foucaultiana. Mi colloco inoltre vicino al pensiero esistenzialista di Sartre e Camus pur non affermando la mia adesione totale ai due sistemi di pensiero incarnati da questi autori. Credo infatti che sia necessario mantenere il pensiero libero e non ancorato ad una scuola precisa al fine di renderlo eclettico.