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Difficile pensare che uno come lui, professionista del crimine, potesse rivelare al mondo che cosa fosse la mafia americana. Ma Joe Valachi (soprannominato “Joe Cargo”) non aveva molte scelte in quell’ottobre del 1963. Dinanzi alla commissione McClellan descrisse la struttura della criminalità organizzata americana e, soprattutto, pronunciò un nome: “Cosa Nostra”. Fu il primo, in America, a rompere il muro dell’omertà.

Nato nel 1903 ad Harlem da genitori italiani, Valachi ebbe una giovinezza caratterizzata da furti e azioni criminali. Tra il 1913 e il 1923 compì diverse scorribande con alcune gang che operavano nel suo quartiere. Una di esse, la “banda irlandese”, era una compagnia cosmopolita costituita da irlandesi, ebrei e italiani (tra cui figurava lo stesso Valachi). Durante una rapina in un negozio di abbigliamento, compiuta dalla banda e finita male, “Joe Cargo” viene catturato dalla polizia e tradotto nel carcere di Sing – Sing (New York).. In prigione Valachi ha la possibilità di conoscere Nick Petrilli, detto “Lo Squarcio”. Petrilli è un soggetto che conosce molte persone all’interno degli ambienti criminali newyorkesi. Una volta che sono usciti dal carcere, Petrilli presenta Valachi a Alessandro Vollero, uno dei gangster più noti di Brooklyn. Grazie a Vollero, Valachi viene introdotto nel mondo della mafia americana, diventandone così un affiliato (1930).

Il nuovo affiliato entrò nella criminalità organizzata americana durante la cosiddetta “guerra Castellammarese”, un conflitto interno che vedeva contrapposti da una parte il boss originario di Castellammare del Golfo Salvatore Maranzano e dall’altra Giuseppe Masserio, originario di Marsala. Dal conflitto ne uscì vincitore Maranzano. Valachi si era schierato con lui e ne diventò il suo autista personale. Fu breve il periodo di leadership esercitato dal vincitore. Il 10 settembre 1931 Maranzano venne ucciso in un agguato ordito dai boss Lucky Luciano e Vito Genovese, preoccupatisi dell’immenso potere acquisito dal castellamarese. “Joe Cargo” riesce a scongiurare il pericolo di morte perché decide di entrare, con la qualifica di “soldato”, nella famiglia mafiosa di Genovese.   

Guadagnandosi rapidamente la fiducia dei nuovi capi della mafia americana, Valachi ottiene la gestione delle slot e di un banco scommesse clandestino, attività che gli permetteranno entrate sicure e redditizie per molti anni. Nel 1959, però, Valachi viene colto in un traffico di stupefacenti: le autorità lo condannano e lo arrestano. Finisce nel carcere di Atlanta, dove sta scontando una pena il boss della sua famiglia, Vito Genovese. I due inizieranno a vedersi e incontrarsi all’interno del penitenziario. I toni rispettosi del soldato e la fiducia che concede il capo al sottoposto sono soltanto dei ricordi lontani, che appartengono al passato. Genovese infatti sospetta che Valachi abbia fatto qualche soffiata all’FBI sul suo conto. Dal canto suo, Valachi crede che Genovese sia influenzato dalle voci diffuse da alcuni “uomini d’onore”, volte a screditare la sua figura. Ai sospetti reciproci seguono i fatti che determineranno le rivelazioni di Valachi. Genovese decide di porre una taglia da 100.000 dollari sulla testa di “Joe Cargo”: lo vuole morto. Valachi, entrato in uno stato paranoico e sospettoso di chiunque gli si avvicinasse, uccide un detenuto nel cortile del carcere, temendo che fosse in combutta con Genovese e volesse ucciderlo. Per l’omicidio del detenuto Valachi rischia la condanna a morte. Decide così di collaborare con le autorità, nel tentativo di salvare la pelle.

A capo del Dipartimento di Giustizia a Washington c’è dal 1961 Robert Kennedy (fratello di John Fitzgerald), che dal suo insediamento sta concentrando parte delle forze dell’FBI a svelare i meccanismi mafiosi

Ciononostante, l’attività che impegnava gli agenti federali non era in grado di scalfire in profondità, alle fondamenta di un’organizzazione di cui si dubitava perfino che esistesse: la mafia americana. La collaborazione di Valachi era necessaria per colpire quelle fondamenta.

Nel 1962 Valachi viene trasferito prima nel carcere di Worcester (Massachusetts), e successivamente, nel 1963, nella prigione di massima sicurezza di Forth Monmouth (New Jersey). É a Forth Monmouth che per tre mesi l’investigatore dell’FBI James P.Flynn, raccoglie le testimonianze del mafioso. Inizialmente il pentito parla dei riti, dei modi di affiliazione della mafia. Passano i giorni e, grazie all’abilità di Flynn, Valachi inizierà a ricostruire gli organigrammi delle famiglie, i nomi e i cognomi dei boss che controllano interi quartieri americani.

Una volta terminato il lungo interrogatorio privato a cui è sottoposto, il pentito è pronto per affermare in pubblico le informazioni di cui dispone, frutto di una lunga esperienza, da professionista del crimine. Arriviamo così a quell’ottobre 1963, quando Valachi decise di “tradire” il suo passato. Durante la sua prima audizione pubblica davanti alla commissione presieduta dal senatore democratico dell’Arkansas McLellan pronuncia il nome “Cosa Nostra”: Valachi aveva appena battezzato la criminalità organizzata siciliana, i “cugini” dell’organizzazione di cui faceva parte. Prima di allora era genericamente conosciuta, anche dalle autorità investigative come “mafia”. Il pentito rivelò poi i nomi dei principali boss mafiosi della mafia americana –  Carlo Gambino, Giuseppe Magliocco, Joseph Bonanno, Gaetano Lucchese e il già citato Genovese – rendendolì così identificabili agli occhi delle autorità investigative, troppo spesso alla ricerca di “fantasmi”, con soprannomi che complicavano il lavoro poliziesco.

Joe Valachi pronuncia il nome: “Cosa Nostra”

In seguito alla testimonianza di Valachi,  il congresso fu poi in grado di vagliare norme più stringenti riguardanti la repressione del racket e del gioco d’azzardo illegale, inaugurando nuove tecniche d’investigazione tra cui le intercettazioni ambientali, telefoniche e l’introduzione dei primi agenti infiltrati all’interno delle famiglie mafiose, che portarono poi a importanti indagini nei decenni successivi tra Stati Uniti e Italia, come la famosa “Pizza Connection”, coordinata da un giovane Giovanni Falcone in collaborazione con l’FBI.

Terminate le audizioni, Joe Valachi viene trasferito in una cella di massima sicurezza nel carcere di La Tuna, al confine con il Messico. Nel 1971, colui che ruppe il muro dell’omertà, morì d’infarto in cella. Due anni dopo la dipartita del suo vecchio capo, quel Vito Genovese che lo voleva morto.

Lettura consigliata: 

Peter Maas, Il dossier Valachi. Confessioni di un killer di mafia, Roma, Castelvecchi, 2012.

Film consigliato: 

Joe Valachi: i segreti di Cosa Nostra (1972). Diretto da Terence Young. Con Charles Bronson e Lino Ventura.

Questo articolo fa parte della serie Il pentitismo nella lotta alle mafie. Fanno già parte della serie  Il caso Buscetta e Leonardo Vitale.   

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Classe 1993, di Castelnuovo di Garfagnana (Lucca). Mi sono laureato in Storia e Civiltà all’Università di Pisa.

Nel corso dei miei studi universitari mi sono occupato di criminalità organizzata, soprattutto di mafia siciliana. Ho realizzato lavori di ricerca incentrati sulla cosiddetta “Seconda Guerra di Mafia” e l’omicidio di Emanuele Notarbartolo.

Ho svolto un programma Erasmus a Siviglia, all’interno del Master en Historia y Humanidades Digitales della Universidad Pablo De Olavide.

Fino a pochi mesi fa mi trovavo a Cordoba. Ho svolto un programma Traineeship Erasmus all’interno di un’impresa spagnola dedita all’organizzazione di progetti europei con studenti provenienti da tutto il Continente.