Fino alla metà dell’Ottocento le elezioni di metà mandato erano ritenute più importanti di quelle presidenziali per la maggior centralità accordata al potere legislativo. Da più di un secolo e mezzo il potere esecutivo, quello presidenziale, è divenuto più importante e l’affluenza elettorale si è concentrata su queste elezioni.

Dal 1842, nelle elezioni di metà mandato, il partito che non ha eletto il presidente è riuscito a prendere più seggi, tranne che in tre casi: il 1934 per la Grande Depressione e il New Deal; il 2002 per l’11 settembre; il 1998 per i buoni risultati di Bill Clinton nell’economia.

Per questi motivi l’affluenza è storicamente bassa: a questa tornata elettorale è lecito aspettarsi una conferma di questo trend, anche se un possibile aumento –non certo eccezionale- dei votanti potrebbe verificarsi vista la grande affluenza alle primarie, la polarizzazione politica e l’aumento degli iscritti alle liste elettorali.

Saranno elezioni cruciali perché i risultati potrebbero determinare il destino delle leggi sull’aborto, il futuro di Medicaid e altri ancora delicati temi come l’educazione, le tasse e i diritti dei lavoratori.

Cosa c’è in ballo

In ballo ci sono tutti i 435 seggi alla Camera dei Rappresentanti ed un terzo dei seggi al Senato, vale a dire 35 senatori su 100. Entrambi i rami del legislativo sono controllati dai repubblicani: per il Grand Old Party si tratta quindi di difendere le posizioni attuali e consolidarle, per i democratici di conquistare la Camera – come vedremo al Senato è difficile che il Partito democratico riesca a vincere.

Vincere uno dei due rami del Congresso significa, per i democratici, arginare l’azione di Trump visto che una legge deve essere approvata da entrambe le camere.

Non si vota solo per il Congresso: in ballo ci sono anche 36 governatori statali e in alcuni stati, come l’Arkansas o lo Utah, si vota per alcuni referendum, ad esempio sull’utilizzo ricreativo e medico della marijuana.

Perché i democratici possono vincere la Camera e i repubblicani il Senato

Al momento i repubblicani controllano la Camera con 235 seggi, i democratici ne hanno 193 e 7 sono vacanti. Per conquistare la maggioranza i democratici hanno bisogno di 22 seggi: secondo molti sondaggi è probabile che riescano ad ottenerli. Ciò che fa propendere per un esito favorevole al Partito democratico è l’attivismo della loro base, ma anche i risultati delle elezioni suppletive in Georgia per la Camera e per il Senato in Alabama. Nel primo caso i democratici sono andati vicinissimi alla vittoria, nel secondo hanno vinto.

Al Senato, dove la maggioranza dei repubblicani è garantita dai 51 seggi contro i 47 dei democratici, la situazione probabilmente non cambierà. Difatti i 35 seggi in ballo sono seggi in cui i repubblicani hanno un vantaggio consistente. Inoltre sono i democratici a dover difendere la maggioranza dei seggi in uscita, ben 26 contro i 9 del GOP, spesso in Stati dove nel 2016 ha vinto Donald Trump, come il Missouri o il Montana.

Chi vota e chi non vota

A votare sono soprattutto i cittadini bianchi, le persone benestanti con una buona istruzione e spesso di mezza età. Tra le minoranze l’elettorato più attivo è quello degli afroamericani, mentre gli ispanici, assieme ai giovani, ai poveri e ai meno istruiti tendono ad una partecipazione inferiore.

C’è poi il caso della Christian Right, la destra religiosa, quel gruppo principalmente evangelico ma che raccoglie vari gruppi e sette religiose, che dalla metà degli anni Settanta ha acquisito sempre più peso riuscendo a condizionare e ad influenzare i programmi  del Partito repubblicano. In un contesto polarizzato questo blocco elettorale si muoverà, probabilmente, compatto e porterà molti elettori alle urne.

Le donne rappresentano un caso particolare perché sono la maggioranza dell’elettorato attivo, ben il 55%, e la maggioranza dell’elettorato democratico, il che ci fa comprendere la rilevanza del loro voto e della questione femminile che ha acquisito una importanza sempre maggiore dagli anni Novanta e che è oggi centrale visti i risultati del movimento #MeToo.

Tra i due partiti l’elettorato che pare essere più attivo e motivato al voto è quello democratico, in reazione all’elezione di Trump e ai motivi sopracitati.

Gerrymandering e pratiche di limitazione per il voto in Georgia

Il sistema elettorale americano si basa sulla divisione in 435 collegi per la Camera: ognuno di questi collegi elegge un deputato. La composizione dei collegi non è stabilita dal governo federale ma da quello statale, così che il partito al governo nello stato locale può ridisegnare a proprio vantaggio i collegi. Questo è ciò che va sotto il nome di Gerrymandering. Si è discusso molto di questa pratica assieme ai tentativi di limitazione del voto. Pratiche scorrette volte, tramite sotterfugi, a limitare l’accesso al voto non sono certo una novità. Il caso della Georgia è divenuto comunque particolarmente importante per l’ampiezza degli esclusi dal voto.

In Georgia si sfidano Stacey Abrams, del Partito democratico, e Brian Kemp, del GOP. La Abrams ha concrete possibilità di essere eletta: se così fosse sarebbe la prima donna afroamericana a ricoprire il ruolo di governatore. Kemp è invece l’attuale Segretario di Stato della Georgia, occupa cioè la carica che supervisiona le liste elettorali. Nonostante l’evidente conflitto di interessi Kemp non si è dimesso dal ruolo di Segretario. L’accusa, motivata e fondata, che gli viene rivolta contro è quella di aver attuato pratiche scorrette per limitare il voto degli afroamericani: più di 50mila persone, infatti, risultano al momento escluse. L’esclusione è avvenuta tramite alcuni espedienti: ha sostenuto che le informazioni delle persone registrate al voto non coincidono con i registri della motorizzazione o della social security, spesso basandosi su un secondo nome mancante, o piccole differenze nella firma (le cosiddette exact match law). La verifica della firma viene fatta ad occhio nudo dagli addetti del seggio ed è quindi poco affidabile. Il 70% degli esclusi dal voto risulta essere afroamericano

I tentativi di limitazione del voto non sono una novità nella storia degli Stati Uniti e fino al Civil Rights Act 1964 di Johnson, che dichiarò illegali le disparità nella registrazione per il voto e la segregazione razziale nelle scuole, furono usate anche dai democratici del Sud per impedire il voto degli afroamericani. Il caso della Georgia è esplicativo perché ha tutte le caratteristiche delle limitazioni che un Segretario di Stato può applicare, visto che la competenza sul voto è statale e le leggi variano in modo significativo da stato a stato. Tutto questo ci fa comprendere la complessità delle elezioni di midterm e quanto sia difficile fare previsioni, tanto più che gerrymandering e voter suppresion sono pratiche diffuse anche fuori dalla Georgia. Un altro esempio può essere Dodge City (Kansas), il cui caso è scoppiato in questi giorni, dove il 60% della popolazione è ispanica ed anche qui uno dei candidati al ruolo di governatore è l’attuale Segretario di Stato. Le restrizioni vengono in questo caso create sfruttando l’ambiente: l’unico seggio di Dodge City risulta essere fuori città, in un luogo difficilmente raggiungibile da chi utilizza solamente i mezzi pubblici.

Le pratiche di limitazione ed esclusione dal voto si collocano oggi in un contesto particolare. Di fronte al rinnovato attivismo degli afroamericani, esemplare è il movimento Black Lives Matter, e ad una situazione politica polarizzata con un presidente misogino e razzista, eletto con i voti del Klu Klux Klan e degli estremisti di destra razzisti, queste elezioni sono anche improntate alle cause civili, che siano esse diritti delle donne e degli afroamericani. Per questo motivo, quindi, le pratiche scorrette e la mobilitazione dell’elettorato afroamericano risultano decisive, centro di un aspro dibattito, tanto più che gli afroamericani sono parte dell’elettorato su cui punta il Partito democratico.

La questione femminile

Come già detto le donne rappresentano oggi un fattore decisivo. La questione femminile – vale a dire la riflessione sulla condizione della donna, le pari opportunità e il tema degli abusi – è diventata centrale nel dibattito politico americano. Secondo molti analisti è in atto uno scontro culturale in cui la parte più progressista e favorevole ai diritti e alle pari opportunità si è schierata con il Partito democratico, mentre quella che cerca di contrastare i risultati ottenuti e di ristabilire un potere maschile, spesso bianco e religioso, ha trovato in Trump e nel Grand Old Party il cavallo di battaglia. Significativa è stata in questo senso l’elezione di Brett Kavanaugh come giudice della Corte Suprema, accusato di molestie da parte di tre donne, che ha portato ad un inasprimento del dibattito in cui Kavanaugh è divenuto l’immagine di quel potere maschile che tenta di rafforzarsi.

Vista questa centralità della questione femminile molti  commentatori parlano del 2018 come dell’anno della donna, un’espressione che sottende la domanda implicita se quest’anno sarà la replica del 1992, ovvero l’anno in cui vi fu un record nell’elezione di donne al Congresso. Anche allora pesò la questione delle molestie, relativamente alle accuse di Anita Hill. Con le elezioni di midterm di quest’anno probabilmente verranno battuti tutti i record precedenti di candidature femminili, soprattutto in campo democratico dove moltissime donne hanno corso alla primarie vincendole.

Ma come è possibile spiegare l’anno della donna?

Innanzitutto #MeToo pesa in maniera determinante nella reazione ad un presidente misogino come Trump. In questo senso l’anno della donna è anche una risposta al trumpismo.

In secondo luogo l’effetto Hillary Clinton, vale a dire la considerazione che nella non elezione della Clinton abbia pesato il suo essere donna e che quindi sia necessario un maggior impegno per ovviare al gender gap.

In terzo luogo la reazione ad una vecchia politica che è stata incapace di fermare Trump, in questo senso la contestazione è sia verso l’establishment sia verso quella tipologia di politica e di immagine maschile che Trump propone, anche perché il presidente stesso è stato accusato di molestie da parte di ventidue donne.

A questo discorso è da aggiungere un aspetto rilevante: molte delle donne candidate fanno parte delle minoranze, motivo per cui alcuni commentatori preferiscono parlare dell’anno delle women of color.

Per l’elettorato femminile, ma anche per quello afroamericano, le elezioni di midterm rappresentano quindi la possibilità di arginare il tentativo dell’elite bianca, benestante e maschile che sente minacciato il suo dominio e che, anche per questo motivo, ha votato Trump.

Un processo di medio periodo che ridefinisce i partiti

Nel 2007 il Pew Center pubblicò Generation Next, uno studio sull’orientamento del voto nella fascia di età compresa tra i 18 ed i 25 anni. Lo studio rivelò due cambi di tendenza molto importanti: il primo era l’attenuazione della carica antistatalista che aveva coinvolto questa fascia di età negli anni Ottanta; il secondo una nuova propensione tra i giovani a votare – propensione, non voto effettivo – e ad identificarsi con il Partito democratico, aspetto che era già stato notato nelle elezioni del 2004 quando il 58% dell’elettorato giovanile votò per il candidato democratico John Kerry. Generation Next segnalò poi lo spostarsi dei giovani verso questioni progressiste e tipiche dell’agenda liberal, quali ad esempio la parità nella famiglia e sui luoghi di lavoro, i diritti civili e la società multiculturale, i diritti degli omosessuali.[1]

L’effetto di questa tendenza è stato confermato nelle primarie democratiche per le elezioni del 2016, quando i giovani hanno visto in Sanders, che proprio giovane non è, e nelle sue politiche progressiste il loro rappresentante. Sanders non venne eletto ma riuscì a dettare parte dell’agenda del partito e continua tutt’oggi a guidare una frangia che sta allargandosi grazie alla partecipazione dei giovani, delle donne, delle minoranze e dei movimenti, come quello degli studenti contro le posizioni gun rights. Il risultato di questo impegno sono state una serie di vincenti candidature alle primarie di partito, la maggior parte donne e giovani, e che probabilmente porteranno questi young leaders ad essere eletti in posizioni di rilievo – viene da chiedersi se, in questo senso, lo scontro non sia anche generazionale.

Il Partito democratico, vista la vittoria della frangia Clinton-Obama ad alcune elezioni suppletive in questi due anni, è diviso tra una frangia “riformatrice” di sinistra ed una più moderata. La maggioranza dei membri dell’ala sinistra fa parte dei Democratic Socialist of America, di cui è un membro anche Sanders – per saperne di più cliccate qui. A differenza di Sanders, però, non stanno fuori dal partito né vi si trovano così male: aspirano a riformarlo dall’interno. Gli appartenenti all’ala di sinistra si definiscono “socialisti”, anche se hanno poco a che fare con posizioni realmente socialiste per noi europei. Si definiscono tali perché sono più a sinistra dei New Democrats – così chiamati i democratici da Bill Clinton in poi, con posizioni più centriste – riguardo ai temi sociali e al ruolo dello Stato. Non hanno, però, una posizione chiara in politica estera e questo è un grave deficit in un paese come gli Stati Uniti. Ciò nonostante hanno una visione critica dell’interventismo in Iraq ed il voto di alcuni New Democrats come Hillary Clinton per la guerra è considerato dai socialist un errore perché fece apparire il partito come succube della narrazione repubblicana.

Le proposte dei “socialisti” tendono ad essere una riproposizione del  Welfare Capitalism, di cui il Partito democratico fu fautore dall’elezione di Roosevelt fino alla fine degli anni Settanta. Tali posizioni auspicano uno Stato interventista, keynesiano in economia, vigile nei confronti della finanza, che garantisca pari opportunità attraverso la redistribuzione del reddito in posti di lavoro. Posizioni che vengono da loro tradotte nei seguenti capisaldi: Medicare, diritto alla casa, accesso gratuito all’università, salario minimo a 15 dollari l’ora e garanzia di occupazione. Il loro merito è stato di aver riportato la questione sociale e i temi economici cari ai liberal al centro del dibattito politico, assieme alla partecipazione dei giovani e delle donne – anche se parte del lavoro, in questo senso, era già stata fatta da Obama.

Il Partito repubblicano è invece sempre più condizionato dalla destra religiosa che lo costringe a farsi portavoce di programmi favorevoli alle scuole private anche su base religiosa, ridefinizione dell’aborto e dei diritti delle donne e degli omosessuali, chiusura verso l’immigrazione. Ciò è frutto di un processo di lungo periodo iniziato al termine degli anni Settanta, quando i gruppi della Christian Right iniziarono ad unirsi e a trovare nel GOP di Reagan un alleato. Oltre a questo il Partito continua a sostenere le politiche del supply side e della trickle down in economia che lo caratterizzano dall’epoca di Reagan. Detto in altri termini: alte spese militari, sgravi fiscali ai ceti più alti, tagli al pubblico. In politica estera si affermano posizioni più interventiste e, soprattutto, unilateraliste simboleggiate dal Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, esponente neocon.

Il Grand Old Party in queste elezioni punta a rafforzarsi e a cercare una maggior legittimazione al presidente Trump che, val la pena ricordarlo, perse al voto popolare. Decide di farlo puntando a divenire sempre più un partito white (supremacist), non giovane, maschile e, soprattutto, trumpizzato. Punta anche verso altri blocchi elettorali, quali la working class bianca –  anche i democratici  vi puntano, ma cercano i voti anche della working class multietnica – e la destra religiosa. Sono tutti gruppi elettorali che di per sé sono minoritari, ma che uniti costituiscono una maggioranza.

Le elezioni di midterm di quest’anno saranno un banco di prova e una spinta al processo di medio – lungo periodo di ridefinizione dei partiti politici americani. Per questi motivi sono elezioni polarizzate, ma lo sono anche per la “questione Trump”, come abbiamo visto. Le midterm di questo anno possono anche essere lette come un confronto culturale tra i due partiti, sulla visione dell’oggi e dell’America, ma che parla poco di politica estera. Per chi si domanda se ci sarà una reazione a Trump la risposta è duplice: negativa, perché il presidente continua ad essere apprezzato dai suoi elettori; affermativa perché tutte quelle frange dell’elettorato che lo contestano si sono organizzate e riescono a condizionare sempre più il dibattito politico attraverso l’acquisizione delle questioni culturali che attraversano la discussione pubblica.

[1] Cfr. Raffaella Baritono, Elisabetta Vezzosi (a cura di), Oltre il secolo americano? Gli Stati Uniti prima e dopo l’11 settembre, Roma, Carocci, 2011, p. 97.

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Sono nato a Pisa il 25 aprile del 1992 e mi sono laureato, sia alla triennale che alla magistrale, in Storia moderna e contemporanea presso l’Università di Pisa.

Nelle mie ricerche mi sono occupato soprattutto di storia degli Stati Uniti e delle relazioni internazionali, ma anche di storia culturale e della politica, oltreché di filosofia, letteratura e musica.

Dal gennaio al maggio 2018 sono stato in Erasmus Traineeship alla Sorbona IV di Parigi, dove ho approfondito le mie ricerche sulle relazioni di potere tra polizia ed esercito, altro tema a me caro.

Adotto come impostazione metodologica quella indicata dalla storiografia delle Annales e una prospettiva in parte foucaultiana. Mi colloco inoltre vicino al pensiero esistenzialista di Sartre e Camus pur non affermando la mia adesione totale ai due sistemi di pensiero incarnati da questi autori. Credo infatti che sia necessario mantenere il pensiero libero e non ancorato ad una scuola precisa al fine di renderlo eclettico.