La mafia non è un “fenomeno preoccupante” e “riguarda solamente alcune aree del paese”: quelle meridionali. Un questionario distribuito diverse settimane fa dall’associazione Libera a 10000 persone di tutta Italia rivela quanto sia diffusa la disinformazione sul tema. Solamente il 38,5% degli interpellati crede che la mafia sia un problema grave. E, addirittura, un 8,5% sostiene che le organizzazioni mafiose siano un’esclusiva” del Meridione. Le risposte del questionario hanno preceduto di poco la sentenza del processo “Aemilia”, pronunciata il 31 ottobre. Il verdetto di primo grado emesso dai giudici ha sancito la presenza della ‘ndrangheta in alcune zone dell’Emilia Romagna e del Mantovano, territori incontaminati dalla mafia secondo un’opinione diffusa. Eppure, in Emilia Romagna e Lombardia ci sono almeno 3670 immobili confiscati alle mafie (dati ANBSC aggiornati).

Come accade spesso, la percezione si discosta dalla realtà.

Alla comprensione e alla conoscenza del fenomeno non giova l’assenza di un dibattito pubblico serio, che dovrebbe essere portato avanti da chi ricopre cariche istituzionali. Il ministro degli Interni Matteo Salvinii , per esempio, da giugno a oggi non si è speso affatto sul tema. Anzi, a onor del vero lo ha fatto solo una volta, su una questione spinosa: la gestione dei beni confiscati ai mafiosi. All’interno del Dl. “Sicurezza” , approvato dal Senato e voluto fortemente da Salvini, è prevista una norma che rende possibile la vendita dei beni confiscati ai privati. Si tratta di un favore alle mafie. Vi è il rischio che i prestanome dei boss possano riacquistare legalmente – attraverso un’asta – il bene sequestrato dallo Stato.

Inoltre, così facendo lo Stato perde una battaglia nella lotta alle mafie.

Infatti, vendere (per non dire svendere) attività o beni che hanno permesso ai mafiosi di accrescere il loro consenso sociale, come nel caso di attività economiche che hanno dato lavoro a decine o centinaia di persone, significa issare bandiera bianca. Significa affermare che lo Stato non è in grado di dare un presente e un futuro a imprese che lo avevano prima della confisca. Significa soprattutto dire che chi ci governa non è in grado di combattere una battaglia sociale, molto più importante di quella repressiva, portata avanti con merito dalle autorità giudiziarie e poliziesche.

Finchè le mafie godranno di un capitale sociale forte e spendibile sarà difficile estirpare la mala pianta che affligge la penisola da più di un secolo.

Per i mafiosi non è così difficile ottenere consensi sociali. In zone del paese degradate e lasciate ai margini, i mafiosi hanno la possibilità di trovare manovalanza a un prezzo di mercato vantaggioso. E, spesso, si tratta di manovalanza destinata ad attività legali, che, apparentemente, non danneggiano la collettività. “Che danno può farmi una panetteria, un salone automobilistico o un parrucchiere appartenente al nipote di un noto boss latitante? Una domanda retorica che potrebbero porsi molti cittadini, impauriti dalla presenza della mafie sul territorio e diffidenti verso l’autorità statale Se lo Stato gestisse in maniera virtuosa una panetteria, un salone automobilistico, un parrucchiere o un’altra attività qualsiasi in odor di mafia, potremmo parlare di una vittoria importante da inserire nel contesto della lotta alle mafie.  Perché se vogliamo avere qualche possibilità di sconfiggere le mafie dobbiamo combatterle sul terreno sociale. Le sentenze dei tribunali e la cattura di qualche latitante   non bastano.

L’assenza di una lotta alle mafie incisiva, che potrebbe trarre nuova linfa da un’amministrazione virtuosa dei beni confiscati, si ripercuote sul dibattito pubblico e sulla percezione del fenomeno. Le mafie rimangono così in secondo piano nella percezione: per molti sono geolocalizzate in alcune parti d’Italia e inoffensive, o addirittura ben viste, dato che offrono possibilità di lavoro a chi un impiego non riesce ad averlo. E in questo sono favorite dall’assenza (quella sì) “preoccupante” dello Stato.

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Immagine di copertina di: Genova Today, http://www.genovatoday.it/cronaca/beni-sequestrati-mafia-interrogazione-pd.html.

Classe 1993, di Castelnuovo di Garfagnana (Lucca). Mi sono laureato in Storia e Civiltà all’Università di Pisa.

Nel corso dei miei studi universitari mi sono occupato di criminalità organizzata, soprattutto di mafia siciliana. Ho realizzato lavori di ricerca incentrati sulla cosiddetta “Seconda Guerra di Mafia” e l’omicidio di Emanuele Notarbartolo.

Ho svolto un programma Erasmus a Siviglia, all’interno del Master en Historia y Humanidades Digitales della Universidad Pablo De Olavide.

Fino a pochi mesi fa mi trovavo a Cordoba. Ho svolto un programma Traineeship Erasmus all’interno di un’impresa spagnola dedita all’organizzazione di progetti europei con studenti provenienti da tutto il Continente.