Premessa: non ho mai amato Crozza, non l’ho mai trovato divertente. Ho sempre pensato che fosse un populista della risata, uno di quei comici, cioè, che dicono ciò che il pubblico vuole sentirsi dire. Prevedibile. Prevedibile perché segue il vento come una bandierina. Sinceramente, lo trovo senza personalità.

Ma fino all’altra sera, quando ha inscenato lo sketch sui gilet gialli, non mi permettevo di criticare un comico: ognuno guarda ciò che vuole, ognuno scherza come gli pare. Ma nello sketch in questione Crozza ha, a mio avviso, forzato un po’ troppo la questione francese.

Il comico ha detto che i gilet gialli manifestano per il rincaro sul prezzo del carburante, facendo intendere che i francesi sono così bravi da arrabbiarsi anche solo per un aumento di 3 centesimi, a differenza del solito italiano prono al potere. È vero, la protesta nasce anche per questo, ma non solo per questo motivo.

Il movimento dei gilets jaunes ha preso piede in Francia lo scorso 17 novembre, non vi è un leader né un programma o un manifesto se non gli obiettivi di breve periodo da realizzare, è apparentemente spontaneo e diffuso su tutto il territorio nazionale. La protesta prevede il bloccaggio delle strade e delle autostrade francesi, quindi impedire gli spostamenti delle persone e delle merci, al fine di far pressione sul governo.

Alla base della contestazione vi è la decisione, da parte del governo, di aumentare le tasse sulla benzina ed il gasolio rispettivamente di 2,9 centesimi e di 6,5 centesimi al litro, un incremento ulteriore rispetto all’ultimo anno del 15 per cento sulla benzina e del 23 per cento del gasolio. L’aumento delle imposte è stato voluto da Macron per incentivare la conversione ecologica verso le auto elettriche o ibride. Difatti, per facilitare il processo di conversione, sono state stanziate delle sovvenzioni statali. A ben vedere, quindi, la decisione del governo francese non è detestabile e non è priva di buon senso.

A questo dato è necessario aggiungere delle precisazioni. Il movimento ha i suoi primi partecipanti nelle zone periferiche, nei piccoli comuni di ottocento o poco più abitanti e nasce anche come contestazione di Macron e di ciò che, agli occhi di queste persone incarna: le grandi città, il liberalismo culturale ed economico, l’apertura alla globalizzazione. È l’espressione della «collera dei dimenticati» ed anche per questo vengono usati i gilet catarifrangenti che permettono di essere visti nelle notte, una metafora.

Il movimento si inserisce, quindi, nel più ampio contesto degli esclusi dal processo di globalizzazione e di europeizzazione e del malcontento per la politica francese.

Viene spesso sottolineato il calo di consensi che affligge Macron. In verità questo calo non è recente: le sue basi risalgono alle elezioni del 2017. Se infatti sommiamo i voti che hanno preso Mélenchon e la Le Pen, due anti liberali, al primo turno delle presidenziali notiamo che sono arrivati al 41 per cento; Macron e il liberale Fillon al 43 per cento. Lo scarto era, dunque, ristretto e ciò aiuta a spiegare perché Macron sia, in generale, così contestato. Per capire a fondo le motivazioni è inoltre necessario notare che anche i predecessori di Macron hanno ricevuto forti contestazioni, basti pensare alle proteste che si verificarono quando Hollande approvò la legge per il matrimonio tra persone dello stesso sesso, o per il passaggio della Loi Travail del 2016. In generale, inoltre, la politica francese attraversa una crisi definita «all’italiana»: insoddisfazione e sfiducia verso le istituzioni, mutamenti della mappa elettorale per cambiamenti economico-industriali, crisi del rapporto tra cittadinanza e Stato, aumento della povertà. Neanche i partiti non liberali e critici dell’attuale stato di cose – noi diremo populisti, ma in Francia ha un altro significato – come il Rassemblement National e la France Insoumise, sono immuni alla crisi e vengono anch’essi criticati.

Nelle parole di Crozza vedo, quindi, non solo una eccessiva semplificazione della realtà francese, ma anche di quella italiana.

Nella penisola vi sono molti movimenti di contestazione. È vero che non sono diffusi su tutto il territorio nazionale in maniera appariscente come quella dei gilet gialli, ma ci sono. E sono anch’essi legati al «malcontento degli esclusi» e ad un problema cogente che varia di caso in caso. Due esempi contrapposti: No TAV e Si TAV, non sono due validi movimenti di protesta? Forse i Si TAV sono troppo borghesi per il paladino della risata un po’ a sinistra, o forse il fatto che alcune donne ne siano alla guida non lo rende così appetibile?

La mia impressione è che Crozza abbia ripetuto il solito auto-denigratorio stereotipo tutto nostrano del «italiani brava gente» condito con la convinzione che tutto ciò che viene dall’estero è fatto bene. Provinciale, non credete?

Insomma, è chiaro che Crozza è un comico e deve ricorrere a delle semplificazioni per la resa degli sketch, ma la realtà è più complessa di come talvolta viene dipinta ed è anche diversa da come Crozza, questa volta, l’ha semplificata per strappare una risata al suo pubblico.

 

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Sono nato a Pisa il 25 aprile del 1992 e mi sono laureato, sia alla triennale che alla magistrale, in Storia moderna e contemporanea presso l’Università di Pisa.

Nelle mie ricerche mi sono occupato soprattutto di storia degli Stati Uniti e delle relazioni internazionali, ma anche di storia culturale e della politica, oltreché di filosofia, letteratura e musica.

Dal gennaio al maggio 2018 sono stato in Erasmus Traineeship alla Sorbona IV di Parigi, dove ho approfondito le mie ricerche sulle relazioni di potere tra polizia ed esercito, altro tema a me caro.

Adotto come impostazione metodologica quella indicata dalla storiografia delle Annales e una prospettiva in parte foucaultiana. Mi colloco inoltre vicino al pensiero esistenzialista di Sartre e Camus pur non affermando la mia adesione totale ai due sistemi di pensiero incarnati da questi autori. Credo infatti che sia necessario mantenere il pensiero libero e non ancorato ad una scuola precisa al fine di renderlo eclettico.