Dopo gli avvenimenti di sabato a Parigi si è iniziato a parlare diffusamente dei gilet gialli anche in Italia, tant’è che c’è già chi proclama la nascita del medesimo movimento anche da noi. Spesso, però, si tende ad appiattire quello che è un fenomeno complesso, indicatore di una crisi della politica francese ed in generale del distacco tra i cosiddetti esclusi dalla globalizzazione e  chi non lo è, una contrapposizione che coinvolge principalmente le campagne e le città, sul tema dell’aumento dei costi del carburante.

I gilets jaunes sono un movimento spontaneo, nato il 17 novembre, orizzontale, privo di un leader e di un manifesto, che sfrutta la mobilitazione veloce che possono fornire i canali social. Non è il primo movimento che sfrutta quest’ultima caratteristica: le primavere arabe erano anch’esse orizzontali, spontanee ed ebbero una notevole e veloce partecipazione proprio grazie ai social. Simile, ma diverso perché con una piattaforma politica più codificata, consapevole e ben strutturata, è stato il caso delle proteste turche del 2013 di cui ciò che ci interessa è la rapida mobilitazione grazie a Facebook, Twitter e simili che le ha caratterizzate. Pur se più marcatamente di estrema destra visto il legame con Forza Nuova, il movimento forse più simile ai gilets è quello dei Forconi che prese piede tra il 2011 ed il 2012 in Sicilia e diffusosi rapidamente in tutto il paese. Come i gilets i forconi praticavano blocchi stradali, hanno dato luogo ad episodi di violenza, criticavano la globalizzazione e l’Unione Europea ed era un movimento nato dalle campagne. Nonostante i gilets si proclamino né di destra né di sinistra, vi sono sostenitori del Rassemblement National tra i manifestanti e alcuni di questi hanno dato luogo a violenze sessiste, omofobe e razziste.

Queste considerazioni ci dicono già qualcosa sulla nascita e la formazione di molti movimenti più o meno recenti: basandosi sui social prediligono il carattere impressivo a discapito di quello contenutistico, non sono strutturati verticalmente ma orizzontalmente, sono estemporanei ma calati in un fenomeno più generale che non lo è.

I gilet gialli hanno come presupposto l’aumento del costo del carburante: l’incremento della tassazione sulla benzina ed il gasolio è stato rispettivamente di 2,9 centesimi e di 6,5 centesimi al litro, a fronte dell’aumento dell’ultimo anno del 15% sulla benzina e del 23% del gasolio. Questo incremento si inserisce in un piano del governo per favorire la conversione ecologica verso le auto elettriche ed ibride, tant’è che sono previste delle sovvenzioni statali per far fronte ai costi delle auto in questione. Ma per gli abitanti delle zone periferiche, dove è nato il movimento dei gilets jaunes, le sovvenzioni non sono sufficienti: la manovra è stata vista come un’intromissione di Parigi e, dopo il taglio delle linee ferroviarie attuato a febbraio scorso, è stata vista come un ulteriore svantaggio per i loro interessi.

Le tasse sui carburanti sono divenute così la matrice di una generale contestazione alla tassazione generale spostandosi prima sul presidente Macron per divenire poi una contestazione a tutta la classe politica. Un movimento, quello dei gilets jaunes, iconoclasta che nella sua apoliticità è in verità tutto politico perché va a criticare decisioni che sono politiche e la classe dirigente, opposizione compresa. Per comprendere meglio la dualità ed il carattere critico del movimento verso la politica si noti che se circa il 74% dei francesi dichiara il proprio sostegno ai gilets, il 60% non solo giudica favorevolmente la transizione ecologica, ma sostiene che vi è un consistente ritardo e di volere una progressione più veloce dal nucleare ad altre fonti energetiche.

Generalmente, vedendo la Francia dall’esterno, sembra spesso che goda di una stabilità e di un consenso fuori dal comune rispetto ad altri paesi europei e per questo rimaniamo stupiti di fronte ad un movimento come quello in questione. In verità questa sensazione è dovuta al sistema presidenziale francese che garantisce al presidente ampi poteri e una stabilità indipendente dalla situazione del paese per la durata dell’incarico. Andando ad analizzare i risultati del primo turno delle presidenziali si noterà infatti che i non liberali Mélenchon e Marine Le Pen hanno ottenuto, sommando i voti, il 41% a fronte del 43% di Macron e del liberale Fillon. Ciò indica che nonostante la vittoria di misura al secondo turno dell’attuale presidente, il panorama elettorale francese era già in parte polarizzato spiegando, senza dover ricorrere al sensazionalismo, il calo dei consensi di Macron che è in gran parte apparente.

Ma ciò non è sufficiente a spiegare la crisi politica e di rappresentanza in cui sono collocati i gilets jaunes.

Già nel 2005, quando un referendum voluto dal presidente Jacques Chirac in calo di consensi bocciò il progetto di Costituzione Europea, l’Europa ha avuto un campanello di allarme. La bocciatura non è infatti da far risalire solamente al nazionalismo, considerando che i francesi sono stati grandi artefici del processo di unificazione, ma ad un primo segnale di distacco tra chi godeva dei benefici di questa integrazione e chi no. Non scordiamo che tra il 1999 ed il 2002 il movimento no global aveva raggiunto il suo apice. Nel 2005, inoltre, vi furono le rivolte nelle banlieue delle maggiori città della République.  Più recentemente si possono ricordare, al fine di eliminare definitivamente l’aura di eccezionalismo delle contestazioni a Macron, le manifestazioni sfociate anche in episodi di violenza contro il presidente Hollande in occasione dell’approvazione della Loi Travail 2016, o ancora le manifestazioni contro i matrimoni per le persone dello stesso sesso volute dal medesimo presidente. Ma non è un quadro sufficientemente chiaro: difatti è necessario ricordare gli scandali che coinvolsero Sarkozy,  particolarmente gravi, ed Hollande che hanno contribuito a delegittimare la classe politica. Anche il Rassemblement National non è immune da questa crisi: come mostra un’inchiesta di Libération dello scorso aprile, in seguito alla sconfitta della Le Pen durante il faccia a faccia televisivo con Macron e alla decisione di cambiare volto al partito, molti elettori, la maggior parte dei quali provengono dalle zone periferiche dei gilet gialli, si sono dichiarati scontenti e hanno deciso di non votare più il partito. Una crisi politica e di rappresentanza che si estende anche ai dipartimenti d’oltre mare, basti pensare alle proteste che bloccarono per oltre un mese la Guyane nel 2017, al referendum (bocciato) per l’indipendenza nella Nouvelle Calédonie del 4 novembre, alla diffusione dei gilets jaunes a La Réunion, uno dei dipartimenti più poveri e con un alto tasso di disoccupazione.

Secondo alcuni osservatori la Francia sta passando una crisi all’italiana: insoddisfazione e sfiducia verso le istituzioni, mutamenti della mappa elettorale per cambiamenti economico-industriali, crisi del rapporto tra cittadinanza e Stato, aumento della povertà.

In questo senso i gilet gialli non sono solo un movimento anti tasse e anti Macron, ma sono un movimento di contestazione di tutta la politica francese. Non solo, sono un movimento iconoclasta che si scaglia verso il presidente della Repubblica perché incarna ciò che a loro avviso non è più giusto – la globalizzazione, le grandi città, il liberalismo – e verso i luoghi della ricchezza e del potere, come l’Eliseo o gli Champs- Élysées.  I gilets jaunes sono quindi una one single issue protest che si evolve verso una contestazione generale, priva di una direttiva politica ma incentrata sulla politica. Quello dei gilets jaunes è, quindi, il movimento di chi si sente dimenticato e lasciato indietro dall’europeizzazione e dalla globalizzazione, motivo per cui vengono usati i gilet catarifrangenti che permettono di essere visti nelle notte: una metafora. Ma è anche un fenomeno complesso che si inserisce in una crisi generale francese ed europea.

La Francia non è l’unico paese europeo ad essere attraversato da una crisi simile: in Germania la coalizione che ha retto in questi anni il governo di Angela Merkel inizia a venir meno, la stessa cancelliera non gode più dell’ampio sostegno di un tempo, i voti si spostano verso il partito di estrema destra Alternative für Deutschland, o verso i verdi, in una contrapposizione che è sempre tra città e campagne, tra zone più urbanizzate e moderne e aree del paese più povere. Ma ancora, il Regno Unito che votò a favore della Brexit è un Regno diviso tra zone urbane e zone rurali dove la maggioranza ha votato per il leave.

Il rapporto con l’esterno risulta essere decisivo in più contesti e ciò che si nota è un Occidente, o un’area euro-atlantica, sempre più ripiegata su se stessa, meno interessata all’unificazione e alla politica estera, che reclama il ritorno a grandezze passate scordandosi che tali grandezze, o sarebbe meglio dire benessere, erano frutto dell’integrazione e della proiezione verso l’esterno.

Macron, dopo aver tentato di delegittimare il movimento sfruttando o gli aderenti vicini al Rassemblement National o chi ha dato luogo agli scontri di sabato, ha iniziato a fare delle aperture. Ha invitato prima dei rappresentanti dei gilets jaunes all’Eliseo, ma la proposta non è andata in porto, poi ha successivamente proposto la creazione di un Alto Consiglio per il Clima, in cui saranno inclusi rappresentanti del movimento, ed una serie di misure per attenuare il peso delle imposte sulle classi meno agiate. Un cambio di rotta rispetto al periodo compreso tra febbraio e luglio quando esplosero le proteste degli studenti contro la riforma dell’accesso all’università e dei ferrovieri contro la riforma del loro statuto – in questo ultimo caso è bene ricordare che un tentativo di riforma dei ferrovieri venne provato già negli anni Novanta e anche in quel caso si assistette ad una ingente mobilitazione – quando Macron non si mostrò incline al dialogo. Segno che il presidente teme, probabilmente, il sostegno che i francesi danno al movimento, considerando l’avvicinarsi elezioni europee a maggio e la legittimità delle propria presidenza. Rimane da chiedersi se stia solo tentando di depotenziare un movimento esplosivo, ma estemporaneo, o se invece inizi a comprendere la necessità di ascoltare ed incanalare la voce di queste persone verso posizioni che non siano distruttive ma riformatrici.

Personalmente non mi trovo d’accordo con le azioni dei gilets gialli: sono favorevole ad una conversione ecologica, specialmente in un momento delicato come questo per il futuro climatico del mondo, ma soprattutto non credo che sia il miglior modo di dar voce al proprio malcontento. È vero che, come troppo spesso accade, i casseur sono una minoranza. Ma le rivendicazioni del movimento ed i toni dà loro usati non sono ciò che mi rispecchia. Credo in un’Unione Europea unita, possibilmente in un quadro atlantico, e ciò che propugnano a questo riguardo i gilets jaunes non solo non è vicino alle mie posizioni, ma è a mio avviso fuori da ogni logica di successo politico o rivoluzionario che dir si voglia. Un movimento non può sperare di trionfare o di ottenere larghi e duraturi successi senza un’organizzazione che, perlomeno in minima parte, sia verticale, con dei leader e soprattutto con un manifesto che faccia una critica dello stato attuale proponendo delle alternative in vista del futuro. Il grave problema dei movimenti di questo tipo è  infatti che, dato il carattere impressivo ed estemporaneo, non propongono. Detto in altri termini sfogano una rabbia latente senza incanalare il malcontento verso posizioni meno estremiste. In questo senso sono ciò che vi è di più funzionale al potere, nonostante la loro critica ad esso. Michel Foucault sosteneva che il potere per funzionare ha bisogno degli «illegalismi controllati», vale  a dire degli spazi, intesi sia come luoghi fisici che categoriali, in cui collocare l’illegalità al fine di controllarla, visto che eliminarla o è impossibile o troppo difficile. In questo senso ciò che rappresenta un problema viene confinato in uno spazio fisico, la banlieue o le zone periferiche, creando allo stesso tempo un “tipo sociale” categorizzato per inserirlo in una dimensione codificata e quindi controllabile anche grazie ai caratteri estetici. La minaccia viene così controllata e quindi depotenziata. Non a caso il filosofo tedesco Peter Sloterdijk sostiene che i movimenti populisti ed estremisti non incanalano questo risentimento – che chiama thymos, un insieme di sentimenti di orgoglio, fierezza e dignità e onore che hanno come inverso psicologico il risentimento – quanto piuttosto lo mantengono, un po’ come si fa quando si accende un fuoco per evitare che si spenga. Da qui l’emergere di mobilitazioni sporadiche, come quella dei gilets jaunes, che diano uno sfogo al risentimento accumulato e latente.

Detto questo credo che non solo Macron, ma l’Europa tutta dovrebbe riflettere visto questo nuovo campanello di allarme. Pur non essendo d’accordo con i gilets jaunes comprendo infatti il loro malcontento e, anche se non giustifico le loro azioni, trovo che sia doveroso ascoltarli perché alla base della loro protesta vi è qualcosa di legittimo: la richiesta che nessuno sia dimenticato e lasciato indietro. Con ciò non posso che essere d’accordo poiché l’ingiustizia rimarrà fin tanto che una singola persona ne sarà soggetta. Tutto questo, comunque, sarà utile anche a noi europeisti: comprendere non significa giustificare, ma vedere con gli occhi dell’altro non solo per dargli la dignità d’essere umano, ma per evitare che errori vengano commessi o ripetuti. Comprendere il malcontento significherà comprendere la base di delegittimazione critica e potenzialmente distruttrice dell’Unione Europea, quindi sferrare un colpo ai partiti di ultra destra, agli xenofobi e ai populisti. In gioco vi è il tipo di persone che sceglieremo d’essere e la tenuta dell’Europa che rischia come non mai di sgretolarsi. E ciò è tanto più vero in un paese come la Francia che glorifica l’eroica morte di Gavroche sulle barricate della rivolta. Quello stesso Gavroche espressione del popolo minuto e comune che avrebbe reso grande la Francia, ma che alla prima occasione viene effettivamente sfruttato ed escluso. E non può che esserci una parola per chi sommerge i miserabili: ingiustizia.

Immagine di copertina: https://www.francetvinfo.fr/economie/transports/gilets-jaunes/manifestation-des-gilets-jaunes-quatre-questions-sur-les-heurts-sur-les-champs-elysees_3049897.html

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Sono nato a Pisa il 25 aprile del 1992 e mi sono laureato, sia alla triennale che alla magistrale, in Storia moderna e contemporanea presso l’Università di Pisa.

Nelle mie ricerche mi sono occupato soprattutto di storia degli Stati Uniti e delle relazioni internazionali, ma anche di storia culturale e della politica, oltreché di filosofia, letteratura e musica.

Dal gennaio al maggio 2018 sono stato in Erasmus Traineeship alla Sorbona IV di Parigi, dove ho approfondito le mie ricerche sulle relazioni di potere tra polizia ed esercito, altro tema a me caro.

Adotto come impostazione metodologica quella indicata dalla storiografia delle Annales e una prospettiva in parte foucaultiana. Mi colloco inoltre vicino al pensiero esistenzialista di Sartre e Camus pur non affermando la mia adesione totale ai due sistemi di pensiero incarnati da questi autori. Credo infatti che sia necessario mantenere il pensiero libero e non ancorato ad una scuola precisa al fine di renderlo eclettico.