Nella notte del 3 gennaio gli Stati Uniti hanno ucciso in un drone strike il generale Qassim Suleimani, comandante delle Forze Quds, un’unità speciale dei pasdaran. L’attacco, autorizzato dal presidente Donald Trump senza avere informato il Congresso, è la punta estrema dell’escalation di tensione tra Stati Uniti ed Iran e rischia di avere conseguenze molto pesanti. Il sospetto, molto forte, è che comunque Trump abbia deciso di autorizzare lo strike per ragioni elettorali.

Gli antefatti più recenti. Venerdì 27 dicembre la milizia filo iraniana Kata’ib Hezbollah lancia almeno trenta razzi contro una base dell’esercito iracheno vicino a Kirkurk, uccidendo un contractor americano e ferendo quattro militari statunitensi. Segue la rappresaglia americana: il 29 dicembre vengono bombardati dagli Stati Uniti cinque siti, tre in Iraq e due in Siria, appartenenti ai Kata’ib Hezbollah, rimangono uccisi venticinque miliziani e feriti una cinquantina. Il governo iracheno esprime rabbia per l’operazione, sostenendo che si tratterebbe di una violazione della sovranità del paese e degli accordi fatti con gli americani. 31 dicembre, dopo i funerali dei combattenti uccisi nei bombardamenti americani, una folla di persone, la maggior parte delle quali vestite con l’uniforme delle milizie sciite filo-iraniane, si dirige verso l’ambasciata americana di Bagdad scandendo slogan contro gli Stati Uniti, lanciando pietre, sfondando il cancello e appiccando il fuoco nell’area di recinzione. Le persone che hanno partecipato all’assedio sono, effettivamente e con tutta probabilità, parte delle milizie sciite filo iraniane organizzatesi nella coalizione Popular Moblizations Units (Pmu); queste milizie appartengono a potenti uomini iracheni, ma sono state addestrate dall’Iran e utilizzate nella guerra contro ISIS, tra queste vi sono anche i Kata’ib Hezbollah.

Si arriva così a venerdì, quando Trump autorizza il drone strike contro il generale Qassim Suleimani. Il generale era l’architetto delle principali operazioni militari e di intelligence dell’Iran degli ultimi vent’anni e per questo era identificato dagli Stai Uniti come una minaccia ai propri interessi nella regione. Già nel 2003, in seguito all’invasione statunitense dell’Iraq, era stato accusato di essere dietro a delle manovre contro i militari americani. Nel 2011, viste le sue operazioni per erodere la capacità di azione americana nell’area mediorientale, il Dipartimento del Tesoro lo aveva inserito nella blacklist delle persone soggette a sanzioni.

Suleimani era da più di vent’anni a capo della forza di élite dei pasdaran, il ramo dell’esercito iraniano più vicino all’Ayatollah, ed era una figura chiave nella politica di Teheran vista la sua vicinanza a Khamenei, tant’è che era considerato un potenziale leader dell’Iran. Vista la centralità del generale, sia Bush che Obama non avevano autorizzato degli strike contro di lui, consapevoli che avrebbero potuto determinare una pericolosa escalation.

L’uccisione del generale Suleimani è quindi una mossa delicata che potrebbe portare a pericolose conseguenze. L’Ayatollah Ali Khamenei ha infatti indetto tre giorni di lutto pubblico dichiarando che seguirà una ritorsione. La gravità, comunque, sta soprattutto in tre fattori.

Primo di essi, non in ordine di importanza, è che l’uccisione del generale iraniano va a mutuare una prassi adottata fino ad ora dai governi americano e iraniano per evitare un confronto diretto e quindi un’escalation, vale a dire combattere guerre per procura cercando di non uccidere figure chiave. Con lo strike di venerdì questo elemento viene meno, il che potrebbe portare l’Iran a decidere per una ritorsione più aperta e quindi ad un’escalation che avrebbe conseguenze rilevanti per l’intera regione visto il sistema di alleanze e di equilibri. Israele ha già alzato il livello di allerta, vista la presenza di numerose truppe Hezbollah al confine con il Libano, aspetto che potrebbe condurre ad un aumento della tensione anche in questi paesi e che da lì coinvolgerebbe anche la Siria e lo storico alleato degli Stati Uniti e rivale dell’Iran per il controllo della regione, l’Arabia Saudita.

Ad aggravare questo quadro delicato è il secondo punto, vale a dire che con molta probabilità lo strike non è stato preceduto da una specifica ed elaborata manovra di intelligence, come si usa in casi come questo, ma si tratterebbe solo di una ritorsione voluta dal presidente Trump – generalmente, le ritorsioni non colpiscono i vertici proprio perché l’uccisione di una figura chiave può avere conseguenze pesanti. Ciò è molto grave perché dimostrerebbe che il presidente non ha una chiara strategia nei confronti dell’Iran e del Medio Oriente. Lo strike, comunque, è stato preceduto solamente da un avvertimento del Segretario alla Difesa Mark T. Esper che giovedì aveva sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero preventivamente colpito le forze iraniane in Iraq e Siria se ci fosse stato il sospetto che i paramilitari filo iraniani presenti in loco stessero preparando altri attacchi contro le basi e il personale americano nella regione. In seguito allo strike il Pentagono lo ha giustificato sostenendo che servirebbe ad evitare ulteriori attacchi iraniani.

Il terzo punto di gravità si collega ai due precedenti. Considerato le gravide conseguenze che uno strike come questo può avere nell’equilibrio della regione e quindi nella politica estera e di difesa degli Stati Uniti, molti commentatori sostengono che Trump avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione al Congresso prima di dare il via libera per l’attacco. La questione, che divide il mondo politico americano, riapre il più ampio dilemma dei poteri presidenziali in materia di guerra. Se è vero infatti che il presidente è il commander in chief dell’esercito, ciò non vuol dire che egli abbia il potere assoluto in materia di guerra – le dichiarazioni di guerra e gli interventi in questo senso devono infatti essere approvati dal Congresso. È un dibattito di lungo periodo, che già aveva coinvolto Nixon in seguito alle rivelazioni dei Pentagon Papers, e che si è presentato nuovamente dopo l’11 settembre 2001 quando a Bush furono accordati dei poteri speciali per l’invasione dell’Afghanistan prima e dell’Iraq dopo. In ogni caso, vista la mancata richiesta al Congresso, il sospetto è che Trump abbia voluto agire per poter avere una freccia in più al suo arco nell’anno delle elezioni. L’uccisione di Suleimani, vista la sua centralità all’interno del regime iraniano, può infatti essere ben spesa nella propaganda elettorale al fine di rivendicare di avere effettivamente riportato l’America ad essere grande. Trump, comunque, non è nuovo a decisioni come questa, dettate più dalle sue esigenze di politica interna o che comunque non tengono di conto dell’opinione dei vertici militari e degli esperti e già in occasione delle mid-term del 2018 aveva preso delle decisioni discutibili in quanto dettate dalle necessità elettorali.

Già molti leader politici americani hanno commentato la decisione del presidente, tra questi i repubblicani tendono ad essere favorevoli, mentre i democratici contrari. In particolare la speaker democratica della Camera Nancy Pelosi ha dichiarato che «la più importate priorità per i leader americani è quella di proteggere le vite e gli interessi americani. Ma non possiamo mettere ulteriormente a rischio la vita dei membri del servizio americano, dei diplomatici e di altri impegnandoci in azioni provocatorie e sproporzionate. L’attacco aereo di stasera rischia di provocare un ulteriore e pericolosa escalation di violenza». Anche i maggiori candidati alle primarie democratiche (Joe Biden, Pete Buttigieg, Elizabeth Warren e Bernie Sanders) hanno già espresso le proprie perplessità di fronte a questo attacco pur rimanendo molto tiepidi nella loro critica, consapevoli che non sbilanciarsi troppo, perlomeno in un  primo momento, può aiutarli a mantenere il focus dell’elettorato sui temi su cui si è costruito il dibattito delle primarie in questi mesi.

La vicenda della morte del generale Qassim Suleimani, comunque, rappresenta l’estrema punta di un’escalation dovuta anche alla politica di «massima pressione» sull’Iran voluta da Trump – in contrasto con l’operato del suo predecessore Obama- che aveva portato all’abbandono dell’accordo sul nucleare iraniano nel 2018 e dalle tensioni dovute alle manovre iraniane nello Streto di Hormuz questa estate.

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