Se la Loi de sécurité globale (legge di sicurezza globale) fosse stata in vigore quando George Floyd è stato assassinato probabilmente i poliziotti che lo hanno ucciso sarebbero rimasti impuniti. Come lo sarebbero i poliziotti che hanno picchiato e manganellato, senza motivo, il produttore afro francese Michel Zecler il 21 novembre per 13 minuti. Con questa legge l’affaire Benalla non sarebbe mai scoppiato, cioè non avremo mai saputo che un collaboratore di Macron manganellava dei manifestanti senza appartenere a delle forze di polizia nel maggio 2018. Tutto ciò perché l’articolo 24 della contestata legge di riforma delle forze di sicurezza interne francesi proibirebbe, se fosse in vigore, di riprendere le forze dell’ordine in servizio a meno che non si dimostri che l’uso delle riprese non abbia intenti «malevoli».

Iniziare da un paragone con gli Stati Uniti non è casuale. Pur avendo due sistemi di polizia differenti, community policing quello statunitense, cioè più forze di polizia e fortemente decentralizzate, king’s police quello francese, cioè una polizia centralizzata al Ministro dell’interno, i due paesi sono accomunati da un rilevante processo di militarizzazione delle forze dell’ordine e da numerose segnalazioni di abusi e violenze da parte della polizia, spesso a sfondo razziale. Non è un caso, infatti, che in seguito alla morte di George Floyd anche in Francia esplodessero le proteste per una riforma delle forze dell’ordine, che anche qui come negli Stati Uniti si appoggia ad un movimento che chiede la riforma e che denuncia il razzismo sistemico della polizia. Il movimento è nato nel 2016, dopo che dei gendarmi avevano causato la morte per soffocamento con presa addominale – le similarità con gli Stati Uniti proseguono – di Adama Traoré, un cittadino afro francese. Il 2 giugno 2020, una settimana dopo il decesso di George Floyd, un rapporto esonerava dalle responsabilità penali i gendarmi e molti cittadini francesi si riversavano nelle strade per chiedere giustizia e la riforma della polizia. Il 4 giugno i media francesi pubblicavano dei messaggi e dei post razzisti di un gruppo Facebook della polizia di Rouen con forti toni razzisti, antisemiti, sessisti e omofobi. La posizione del governo francese era e rimane in larga parte quella delle «mele marce», secondo cui solo alcuni poliziotti sono violenti e si comportano scorrettamente, individui che vanno individuati ed espulsi. Una posizione sempre più difficile da difendere perché come dimostrano studi scientifici, inchieste indipendenti e una menzione delle Nazioni Unite il problema è sistemico: il razzismo è ormai entrato nell’istituzione, la polizia, che va pertanto radicalmente riformata anche espellendo molti suoi membri. Ma il problema non è solo il razzismo, è anche la militarizzazione. Il processo che porta la polizia ad assumere una postura militare è lento, inizia negli anni Sessanta – Settanta e parte – come del resto negli Stati Uniti – dalle periferie. Inizialmente si tratta soltanto delle forze speciali, gradualmente però la militarizzazione diviene un fenomeno che riguarda tutta l’istituzione. Questo perché si verifica un cambio nelle mentalità di impiego della polizia da parte dei prefetti e del governo; soprattutto cambia la mentalità dei poliziotti, perché gli addestramenti e le tattiche devono conformarsi alle armi, gli equipaggiamenti e i mezzi dati dall’esercito. Pertanto la polizia che opera per ristabilire l’ordine e che non dovrebbe vedere di fronte a sé un nemico ma un cittadino considera chi ha di fronte come nemico, una minaccia da neutralizzare e l’ambiente urbano un campo di battaglia.

In seguito alle proteste iniziate a giugno in Francia il Ministro dell’interno Christophe Castaner ha deciso di proibire il soffocamento come tecnica per immobilizzare gli arrestati e i sospettati. Una decisione che era arrivata dopo che un rapporto informativo dichiarava che per soffocamento era morto Cédric Chouviat, un fattorino morto a Parigi a gennaio nel corso di un’interpellazione.

Con la Loi de sécurité globale si va in una direzione contraria a quella che si pensava il governo avrebbe intrapreso a giugno e luglio. Non si tratta solo dell’articolo 24. L’articolo 22 vuole infatti legalizzare la sorveglianza fatta durante le manifestazioni con i droni; la stessa legge, inoltre, vuole deregolamentare l’uso delle videocamere usate dalle forze dell’ordine durante le manifestazioni e l’uso delle armi da fuoco.

La gestione delle manifestazioni dei gilet jaunes e la risposta della polizia ha provocato il ferimento di 1.700 persone, di cui 346 alla testa, 30 che hanno perso un occhio, 5 le mani. Ci sono anche 4 morti. Per queste azioni una risoluzione del Parlamento europeo del 2019 condannava l’uso sproporzionato della polizia, mentre l’Onu avvertiva di gravi restrizioni alla libertà di manifestazione in Francia. Dichiarazioni che sono arrivate anche perché la polizia francese è largamente razzista e militarizzata – bisogna ricordare che nella gestione delle manifestazioni in Francia la polizia usa i proiettili di gomma, le granate lacrimogene e non e i cavalli di frisia. La stessa polizia francese ha sgomberato a colpi di manganello e gas lacrimogeni un campo profughi a Saint – Denis e i profughi accampati a Place de la République a Parigi pochi giorni dopo.

La Loi de sécurité globale riceve sempre più critiche: dai Défenseur des droits, un organo indipendente del governo, dall’Alto commissariato per i diritti dell’uomo dell’Onu, dalla Commissione nazionale francese dei diritti dell’uomo. Ma arrivano anche dai media, come il quotidiano Le Monde che ha pubblicato un editoriale estremamente critico in cui si chiede anche una riforma della polizia. Contro la legge si sono schierati anche quotidiani di destra come Le Figaro e Le Parisien. La Loi de sécurité globale ha provocato una forte mobilitazione in diverse città francesi sabato 28 novembre (solo a Parigi 46.000 manifestanti) e rischia di provocare (CAUSARE) una crisi politica in seno al governo.

Ricordiamoci, inoltre, che l’articolo 24 renderebbe estremamente difficile anche ai media di fare il proprio mestiere. Se la Loi de sécurité globale fosse già in vigore, ad esempio, Mediapart non avrebbe potuto pubblicare il 29 novembre un video del 30 aprile 2019 in cui si vedono dei poliziotti della Brigade anti-criminalité, privi di segni di riconoscimento, accerchiare con le loro auto una vettura con dei giovani tra i 16 ed i 22 anni per poi sparare all’interno mirando al volto del guidatore. Secondo Mediapart la prefettura di Parigi avrebbe coperto i poliziotti; nel frattempo Paul, il giovane alla guida della macchina, sta affrontando le conseguenze del disturbo da stress post-traumatico. La riforma della polizia, a differenza della Loi de sécurité globale, dovrebbe quindi essere una priorità della politica francese.

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