Una versione simile di questo articolo è apparsa su Fondazione Feltrinelli e la si può consultare a questo link.

«Può accadere anche qui» è il monito, peraltro esplicitato dal regista Alex Garland in un’intervista, che accompagna la visione di Civil War, una pellicola che instaura parallelismi con la situazione attuale negli Stati Uniti narrando di una immaginaria guerra civile in cui California e Texas hanno formato una – improbabile nella realtà, viste le differenze tra i due stati – alleanza politico e militare per spodestare l’inquilino della Casa Bianca. Diversi statunitensi ritengono infatti l’evenienza di una guerra civile qualcosa di concreto. In un sondaggio condotto quest’anno da CBS/YouGov, il 49% degli adulti ha affermato di aspettarsi atti di violenza da parte dei perdenti nelle future elezioni. Un sondaggio condotto dall’Associated Press/NORC Center for Public Affairs Research ha inoltre confermato che la maggioranza degli adulti, sia democratici che repubblicani, ritiene che la democrazia statunitense potrebbe essere a rischio a seconda di chi vincerà le prossime elezioni. In un sondaggio del 2022 il 43% degli americani affermava esplicitamente di ritenere l’evenienza di una guerra civile entro il prossimo decennio probabile. 

I protagonisti di Civil War sono dei giornalisti che vogliono recarsi a Washington per intervistare il presidente: Lee Smith (Kirsten Dunst), una nota fotoreporter, Joel (Wagner Moura), giornalista che accompagna Smith nelle sue avventure, il “patriarca” di questi ultimi Sammy (Stephen McKinley Henderson) cui si aggiunge la giovane aspirante fotoreporter Jessie Cullen (Cailee Spaeney). Sotto questo punto di vista, Civil War affronta diverse tematiche, tra cui quella dello scetticismo che circonda il giornalismo. E difatti, per quanto distopico possa essere Civil War, il film è una sorta di reportage. Idea trasposta nelle parole di Smith a Cullen, quando in una scena le dice che loro, come giornalisti, devono limitarsi a registrare e riportare i fatti affinché gli altri possano farsi un’opinione. 

Per sottolineare l’ammonimento Garland ambienta il suo film in luoghi familiari agli statunitensi. I campi profughi che si vedono nel film, ad esempio, non sono molto distanti dalle tendopoli di alcune città degli Stati Uniti. Azione resa ancora più incisiva attraverso la rappresentazione realistica e a tratti esasperata della violenza in ambientazioni profondamente americane, così da mettere in rilievo la possibilità che atti violenti normalmente associati ai conflitti stranieri possano verificarsi anche negli States. Nella preparazione all’offensiva finale su Washington delle forze di California e Texas, ad esempio, assistiamo a delle scene che ricordano la guerra del Vietnam, in cui i militari vengono ripresi in mezzo a dei prati, tra tende ed elicotteri. Le immagini dei combattimenti strada per strada a Washington invece, oltre ad essere una versione più intensa del 6 gennaio 2021, ricordano i conflitti in Afghanistan e Iraq. 

Uno scenario da guerra civile non è estraneo all’immaginario dell’estrema destra statunitense che, a partire dagli anni Settanta, ha dato luogo anche ad attacchi terroristici e alla formazione del militia movement, espressione che indica la galassia di formazioni armate, prevalentemente di estrema destra, che a partire da una visione cospirazionista si erigono a difesa delle libertà rispetto alla presunta oppressione governativa. Si tratta di un hummus socioculturale suprematista bianco, omofobo e machista che è parte dello zoccolo duro trumpiano. 

Tra i volumi fondativi di questa galassia sono i Turner Diaries del 1978, un romanzo che narra di una “rivoluzionaria” guerra razziale negli Stati Uniti. Scritti come i Turner Diaries incarnano la realizzazione del desiderio suprematista bianco, tant’è che Diaries avrebbero animato gli intenti di alcuni degli assalitori del 6 gennaio che avevano montato nei pressi del Campidoglio una forca, con l’intento di impiccare il vicepresidente Mike Pence accusato di tradimento nei confronti di Donald Trump. I Diaries, infatti, si concludono con il «giorno del cappio»: l’impiccagione dei traditori.

L’immaginario presente in gran parte della galassia suprematista vede, quindi, nella violenza una forza purificatrice e rigeneratrice in grado di riportare indietro le lancette della storia rispetto ad una modernità che avrebbe corrotto lo spirito degli americani e della Nazione. Una visione paranoide, per parafrasare un celebre studio dello storico Richard Hofstadter, che pervade gli ambienti dell’estrema destra statunitense che vendono nella cosiddetta cultura woke e nelle rivendicazioni delle minoranze e delle donne una minaccia all’integrità del Paese. All’indomani dell’assassinio di George Floyd, del resto, fu l’allora presidente Donald Trump ad alimentare queste visioni in un discorso pronunciato nella data simbolica del 4 di luglio 2020. Nel suo discorso, Trump sosteneva che vi era una «minaccia crescente a ciò per cui i nostri antenati hanno combattuto», cioè che i manifestanti e i detrattori della cosiddetta cultura woke volessero distruggere l’identità e il portato culturale statunitense perché «una delle loro armi politiche è la Cancel Culture. […] Una vera definizione di totalitarismo, e questo è completamente estraneo alla nostra cultura e ai nostri valori». Nell’affermare ciò, l’ex Presidente creava una distinzione tra i “veri” americani – come lui – e i “cospirazionisti” che «pensano che il popolo americano sia debole e molle e sottomesso» nonostante «il popolo americano sia forte e orgoglioso e non permetterà che il nostro paese […] sia preso da loro». Trump creava un nemico dipingendo alcuni cittadini come un-american, alieni alla Nazione, chiamando così all’intervento i suoi elettori elogiando il secondo emendamento che «ci garantisce il diritto a portare armi». Più volte, inoltre, da quando Donald Trump ha perso le elezioni ha glorificato o comunque giustificato i rivoltosi del 6 gennaio arrivando in una recente intervista per “Time” a non escludere la presenza di atti violenti nelle strade dopo le elezioni: «dipenderà da quanto sarà equo il voto». Nella stessa intervista ha, inoltre, affermato di volere nominare persone in ruoli apicali che come lui ritengono che le elezioni del 2020 sarebbero state rubate – una tesi costantemente rilanciata negli ultimi quattro anni. Molti dei membri del Comitato Nazionale Repubblicano, ormai sotto controllo dell’ex presidente, confermano la tesi di The Donald. 

In Civil War non viene mai fatta menzione del Congresso, dei tribunali o di altre istituzioni diverse dalla Presidenza. Una scelta che può essere legata allo svuotamento e alla delegittimazione delle istituzioni sia dal punto di vista formale, sia dal punto di vista sostanziale, del funzionamento della democrazia statunitense. Una democrazia che è procedurale, cioè fondata prettamente su quelle procedure che ne garantiscono il funzionamento e, dunque, il raggiungimento dell’ideale democratico. È questo un problema reale negli Stati Uniti d’oggi, come indicano alcuni sondaggi che segnalano un’elevata sfiducia nell’elettorato statunitense nei confronti delle istituzioni. L’unica menzione, comunque, ad un’istituzione in Civil War riguarda l’FBI, là dove si apprende che il Presidente l’ha sciolta. Un riferimento che sembra richiamare certe affermazioni di Trump, che durante la sua presidenza aveva paventato la dissoluzione della polizia federale considerata collusa con i democratici. Si svelano, a questo punto, alcuni parallelismi con The Donald. Il più inquietante di tutti è l’accenno, fatto da Joel, di violenze – compreso il ricorso ai bombardamenti aerei – sui civili statunitensi ordinato dal Presidente. I riferimenti all’impiego della forza, compresa quella militare, non sono nuovi a Donald Trump che in passato ha parlato più volte della possibilità di impiegare la forza militare dentro i confini statunitensi. Eventualità che paventò, per la possibilità di federalizzare la Guardia Nazionale, anche durante le proteste per George Floyd. Infine, una similarità la si trova nelle scene iniziali del film dove si vede il Presidente (Nick Offerman) esercitarsi – mentre si alternano immagini che ricordano il 6 gennaio – in un discorso da pronunciare alla Nazione in cui sono evidenti le iperboli assurde e mendaci che caratterizzano la retorica trumpiana: «siamo ora più vicini di quanto lo siamo mai stati alla vittoria», afferma Offerman, aggiungendo: «Alcuni la chiamano già la più grande vittoria nella storia dell’umanità». Il dubbio che il Presidente – del film, ma a questo punto anche Donald Trump – abbia tendenze dittatoriali è dato anche dal paragone che viene portato da Sammy con Benito Mussolini, Nicolae Ceausescu e Muammar el-Gheddafi. 

Gli Stati Uniti, nella loro storia, sono stati spesso caratterizzati dal confronto per la definizione di chi facesse parte della Nazione. Perimetri che si sono ampliati negli anni Cinquanta e Sessanta per le rivendicazioni del movimento per i diritti civili e di altri movimenti, come quello femminista, ma a cui è seguita una vasta ed energica reazione conservatrice e suprematista sia all’interno che all’esterno del Partito repubblicanoCivil War vuole essere un monito anche rispetto ai rischi di questa reazione. Mentre i protagonisti stanno recandosi a Washington Jessie viene catturata, assieme ad un giornalista di origini asiatiche, da alcuni paramilitari bianchi che stanno riempiendo di cadaveri una fossa comune. Nel tentativo di salvarli, Smith e Joel accompagnati dal compagno del giornalista asiatico, cercano di intavolare un dialogo con il capo dei miliziani – che dal vestiario ricorda un esponente delle milizie, come i Bagaloo Boys. Come risposta il miliziano chiede a Joel: «che tipo di americano sei?». Dopo di che uccide i giornalisti asiatici e fa intendere che gli unici che egli ritiene “veri” statunitensi sono Jessie e Smith, perché Joel è di origine sudamericana. Siamo di fronte a due narrazioni d’America che si contrappongono in maniera difficilmente conciliabile. Tra le ragioni della crisi che attraversa la società statunitense vi è, per l’appunto, l’incapacità di riconoscere gli interlocutori come soggetti legittimi. Un problema che riguarda anche il funzionamento della democrazia statunitense, perché è ciò che impedisce di risolvere e depotenziare lo scontro politico accettandolo come competizione elettorale. L’avversario diviene così nemico perché rappresenterebbe una minaccia esistenziale all’essenza dell’America e del suo popolo alimentando così il rischio di atti violenti.

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