Tra le molte controversie sollevate – compresa anche una complessa questione giuridica – dalla candidatura del generale, capo di stato maggiore del Comando delle forze operative terrestri, Roberto Vannacci con la Lega vi è anche quella del rischio di politicizzazione delle forze armate. 

Vannacci è un generale di un esercito professionale, espressione con cui si intende una forza armata subordinata alla politica. Un esercito, cioè, che non è coinvolto nell’agone politico perché ad esso subordinato e composto da personale addestrato in maniera professionistica. Si tratta di un pilastro degli Stati moderni, come sottolineavano già negli anni Cinquanta e Sessanta studi di politologi come Morris Janowtiz, autore di molti classici in materia, e Samuel Huntington che nel 1957 pubblicò l’influente The Soldier and the State. Tra i primi a sottolineare la necessità della professionalità dell’esercito ci fu il riformatore dell’esercito prussiano Carl von Clausewitz – anche lui un generale – nel suo volume Della Guerra del 1832, in cui l’autore sosteneva che un esercito per essere efficiente dovesse essere subordinato – ma non ideologicamente dipendente – al potere politico. 

Al contrario, la politicizzazione di un esercito – il suo non essere professionale – avviene solitamente quando alcuni suoi membri ritengono che le istituzioni o i valori incarnati dalla Nazione siano traditi e, quindi, messi in pericolo dalla classe politica. Pertanto, l’esercito ritiene di dovere intervenire in difesa di quella che ritiene essere l’essenza della Nazione. Detto in altri termini, un esercito sempre più politicizzato non è più subordinato alla politica e alle istituzioni, ma si sostituisce (o tenta di farlo) ad esse sfruttando il monopolio della forza che detiene. 

Un esempio di quanto detto concerne in parte il tentativo di colpo di Stato, denominato “Golpe Borghese”, ordito da esponenti dell’area neofascista assieme a membri delle forze armate nel 1970. Si tratta di un precedente di cui tenere di conto, anche alla luce delle continuità tra l’Italia repubblicana e fascista che caratterizzano non solo parte dell’ordinamento giuridico italiano – basti qui pensare che la legge sulla polizia, il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, è del 1931 – ma anche istituzioni chiuse e conservatrici come le caserme in cui certe mentalità e ideologie sono difficili da eradicare.

La politicizzazione dell’esercito può verificarsi anche per la tendenza alla sovrapposizione di competenze con le istituzioni civili. È il caso della nomina di Francesco Paolo Figliuolo come commissario per l’emergenza Covid-19. Figliuolo succedeva a Domenico Arcuri, un tecnico. Entrambe le figure erano espressione della delegazione della politica a figure burocratiche e tecniche della gestione di problemi complessi che, però, prevedono forme di responsabilità politica. Le figure tecniche in ambito decisorio-politico sono difficilmente contestabili dall’opinione pubblica per la loro competenza in materia. I rischi non sono pochi. Da un lato quello di identificare con scelte che sono, comunque, politiche gli ambienti e le istituzioni di provenienza – nel caso di Figliuolo l’esercito. Dall’altro lato, che ci si abitui all’idea che la gestione dell’emergenza comporti controlli minori dell’opinione pubblica sui poteri e il loro operato. Infine, che gli ambienti e le istituzioni da cui provengono i tecnici e i militari si sentano legittimati ad intervenire nella politica. 

In Italia la sovrapposizione e l’assegnazione di competenze civili all’esercito ha, peraltro, radici storiche. Al termine della Seconda Guerra Mondiale gli Alleati premettero per riorganizzare le Forze Armate in modo da assegnarli funzioni di ordine pubblico; la Polizia di Stato fino alla riforma del 1981 fu una polizia militare, non civile, nonostante Stati Uniti e Regno Unito avessero fatto pressioni al termine degli anni Quaranta e nei primi Cinquanta per la smilitarizzazione; recentemente l’operazione strade sicure è tornata ad assegnare all’esercito compiti di sicurezza interna.

Ai dubbi che queste considerazioni pongono sulla candidatura di Vannacci si possono aggiungere le affermazioni del leader leghista Matteo Salvini che, parlando di Vannacci in due differenti occasioni, ha affermato che «ha difeso l’Italia, è un uomo libero che ha combattuto l’estremismo islamico in Iraq, in Afghanistan» motivo per cui non ha «paura di qualche poco democratico manifestante». Con le sue parole Salvini definisce i suoi oppositori come pericoli per la democrazia e, al contempo, giustifica la candidatura di un militare in nome della difesa della libertà. Affermazioni che arrivano da un ministro e che possono così portare all’identificazione di una parte delle forze armate con la Lega o con i partiti al governo. Un ragionamento che riguarda anche le forze di polizia e i Carabinieri, di cui alcune sigle sindacali hanno espresso sostegno al generale Vannacci – come il Nuovo Sindacato Carabinieri e il Sindacato Unitario Lavoratori Polizia Locale – all’epoca dell’uscita del suo primo libro. 

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