Il secondo turno delle elezioni francesi rappresenta, sotto molti punti di vista, uno scenario inedito, soprattutto per la composizione del Parlamento suddiviso in tre grandi blocchi contrapposti tra di loro e che in campagna elettorale hanno fatto di tutto pur di delegittimare le posizioni dell’avversario denigrandolo. Un’estremizzazione, quest’ultima, di una tendenza in corso da molti anni della democrazia francese (e non solo) che, come ogni democrazia, si basa sul riconoscimento della legittimità dell’avversario, per quanto le posizioni siano differenti. I toni utilizzati dagli esponenti di tutti gli schieramenti per screditare gli avversari, compresi i commenti “a caldo” di Jordan Bardella e Marine Le Pen sui risultati delle elezioni (sostanzialmente, hanno sostenuto un complotto volto a non riconoscere la volontà popolare), non vanno infatti in questa direzione. 

In queste prime righe è delineata una delle questioni su cui si dovrebbe riflettere, proprio per il suo carattere trasversale nelle democrazie euroatlantiche: la crisi di queste stesse democrazie, quanto meno un senso di affaticamento o di apparente incapacità a rispondere a sollecitazioni che arrivano dall’oggi. Con questo non si critica in sé per sé il sistema democratico, ma se ne riconoscono degli anacronismi che dovrebbero portare quanto meno ad un sua riforma. 

Il problema maggiore, però, riguarda la fonte di legittimazione del sistema democratico: i concetti di popolo e di volontà popolare. Parliamo di costrutti storici, di idee o di «comunità immaginate», come le definì lo storico e sociologo Benedict Anderson. Tali comunità si sono basate, soprattutto in Francia, su un’idea di universalismo che è oggi messa in discussione proprio da un effetto di quell’universalismo: la globalizzazione. Quest’ultima ha infatti portato la messa in discussione di molti dei principi cari alla democrazia francese – e non solo – tra cui l’idea di popolo. 

L’idea di popolo è, per l’appunto, quella di una comunità immaginata. Nella storia delle democrazie moderne «popolo» è sempre stato un concetto esclusivo e, al contempo, inclusivo. La capacità, infatti, di resistenza delle democrazie si misura sulla loro capacità di allargare le maglie della rappresentanza, cioè di chi fa parte del popolo, ampliando così il concetto di rappresentanza. 

Il popolo, in teoria, dovrebbe esprimere una volontà unitaria in quanti i suoi interessi non sarebbero tra di loro contraddittori, ma dovrebbero trovare una sintesi. Al di là del fatto che questa teoria non tiene di conto di diversi fattori, tra cui quelli economici e di classe, e che si basa su un’astrazione che non ha riscontri fattuali sulla realtà, il risultato delle elezioni francesi mette ancora di più in crisi questa idea. Con l’unica – e importante eccezione – che la mobilitazione contro un partito erede del fascismo e di estrema destra è effettivamente una realtà: la dimostrazione che un valore repubblicano contrario a certe idee è capace di unire una buona fetta dell’elettorato. Una buona fetta, non tutto perché non vi è una sola volontà, ma molteplici e che a fatica hanno trovato espressione nel voto. Un voto, comunque, con una grande partecipazione volta per l’appunto ad evitare l’arrivo del partito di Le Pen al potere. 

Certamente, il timore di molti francesi di vedere il Rassemblement National (RN) al governo riguarda le conseguenze delle politiche di questo partito. Politiche conservatrici sotto molti punti di vista, come l’integrazione. Bardella e altri esponenti del suo partito, ad esempio, avevano paventato la possibilità di impedire l’accesso a diverse funzioni pubbliche ai binazionali, molti dei quali sono di origine araba e nordafricana o di religione ebraica. Una decisione implicitamente razzista e antisemita che solletica l’interesse di una parte di francesi che vorrebbero che la Francia sia loro restituita. Un copione che abbiamo sentito diverse volte. 

Parte delle politiche di RN esasperano e giocano sulla forza delle guerre culturali: il dibattito conflittuale su temi quali l’aborto, i matrimoni tra persone dello stesso sesso, i diritti delle donne, delle minoranze. Si tratta di questioni essenziali, perché riguardano la definizione dell’identità della Nazione, quindi del popolo e che manifestano l’incapacità di trovare una volontà comune a fronte di un problema di narrazione che fino ad un certo punto aveva funzionato perché era riuscito ad allargare i perimetri della rappresentanza. Una rappresentanza che nel suo allargarsi ha provocato delle reazioni contrarie a tale ampliamento e che in nome degli allargamenti che tali allargamenti hanno presupposto ha dimostrato la fragilità di quell’universalismo cui si richiamava. Ciò non perché l’universalismo in sé per sé sia dannoso, ma perché era frutto di una costruzione che era, in verità, esclusiva: maschile, bianca e occidentale. Il problema delle democrazie moderne è l’incapacità di rispondere a questa crisi trovando una narrazione che tenga insieme le esigenze di ciò che al momento identifichiamo come vari gruppi – etnici, di genere, eccetera -, cioè che unisca il particolare con l’universale senza per questo sacrificare o annullare le esigenze peculiari. Una sfida enorme, che rappresenta la trasversalità di questa crisi. 

Portando questi discorsi su un piano concreto, il RN è un partito forte nelle campagne dove risponde al senso di abbandono provato da molti abitanti locali. Un abbandono che molti francesi definiscono una «desertificazione» del welfare e dei servizi essenziali: le scuole, le stazioni dei treni, gli uffici postali in molte zone periferiche vengono chiuse. Pochi sono i dottori, gli abitanti tendono ad abbandonare questi luoghi in favore delle città e chi rimane deve affrontare la chiusura dei negozi e lo spopolamento. Al contempo, le guerre in corso hanno aumentato il costo delle bollette: molti si sono sentiti invisibili, come se i loro problemi non contassero, anche perché politici come Emanuel Macron parlano un linguaggio con cui difficilmente si ritrovano, perché identificano problemi come l’autonomia strategica dell’Unione Europea come lontani da loro, espressione di un’élite. 

Parlare dell’Unione Europea non è sbagliato. L’errore risiede nell’incapacità di spiegare come le politiche comunitarie possano aiutare quelle persone che si sentono invisibili e come al contrario le chiusure di RN li danneggerebbero. Al contempo, rispondere a questo senso di crisi significa trovare una narrazione differente. Una narrazione che dovrebbe cambiare sistema di sviluppo tenendo di conto delle esigenze “particolari”, periferiche, bilanciandole con l’interesse della comunità. Una delle conseguenze delle privatizzazioni e della visione dello Stato in maniera aziendalistica è quella di concentrare le risorse verso dei “megapoli”, ad esempio chiudendo i pronto soccorsi locali così da favorire la costruzione di grandi ospedali, perché si vogliono concentrare la maggioranza delle risorse su poche città considerate le uniche capaci di attrarre investimenti ed essere competitive. Macron non ha saputo rispondere a queste esigenze, che ci rimandano a quella crisi di identità della Nazione e del popolo, e lo si è visto nella gestione di molteplici crisi – dai gilet gialli all’abuso del 49.3, l’articolo con cui si procede per decreto, come nel caso della riforma delle pensioni – né è stato capace di collocare la risoluzione di queste crisi in un ambito europeista – l’unico capace di rispondervi – nonostante si sia più volte fatto paladino dell’Unione Europea. 

Crisi del popolo, dunque, perché la soluzione poi individuata dal RN è quella di “restituire” la Francia ai francesi – vale a dire quelle persone bianche e cristiane – paventando il ritorno ad un passato “aureo” privo di globalismo e di Unione Europea. 

Una crisi quasi costituzionale potremmo dire, perché la Costituzione francese del 1958 e tutt’oggi in vigore sostiene che il Presidente della Repubblica nomina il primo ministro (articolo 8) sulla base della volontà espressa dalle elezioni, vale a dire che è il popolo che sceglie il Primo ministro, con l’intoppo che questo popolo è oggi diviso in quei tre raggruppamenti di cui si diceva. 

Ma proprio la Costituzione potrebbe trovare una soluzione all’impasse governativo che molti paventano, certamente non garantendo quella stabilità che si auspica ma piuttosto una via di uscita simile a quella che si trova spesso nella politica italiana: l’appoggio esterno ad un governo. Secondo la Costituzione francese per governare non è necessaria la maggioranza assoluta, ma quella relativa. La sfida è dunque nell’individuare un’agenda minima di governabilità e che alcune forze politiche la sostengano senza per questo entrare nel governo compromettendosi, ma dando l’appoggio alle singole istanze, senza votare la sfiducia in caso di contrarietà. Il che implicherebbe un freno all’attività legislativa che vorrebbe promuovere Macron secondo la sua agenda, perché imporrebbe la necessità di trovare degli accordi su dei temi basilari da cui non si potrebbe prescindere. Ciò, a sua volta, ci rimanda ad un problema trasversale – lo vediamo anche nell’Unione Europea – dovuto a quanto detto fino ad ora, ma che al contempo segnala una certa capacità di resilienza delle democrazie. 

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