Dopo cinquantacinque giorni senza Primo ministro, ieri il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha nominato Michel Barnier, politico di lungo corso che ha già ricoperto incarichi di ministro in diversi governi di destra e da molti conosciuto per essere stato il negoziatore della Brexit. Barnier è uomo di destra, iscritto ai Républicaines, un gollista che nel 1981 votò contro la decriminalizzazione dell’omosessualità. 

Il Rassemblement National (RN) non dovrebbe entrare nel governo perché, come avevamo previsto in questo articolo, è stata adottata una soluzione all’italiana, vale a dire l’appoggio esterno al governo perché secondo la Costituzione per governare non è necessaria la maggioranza assoluta, ma quella relativa – e anche su questo si regge, probabilmente, l’interpretazione estensiva di cui si diceva. In questo caso è necessario trovare un’agenda minima di governo che non comprometta, con il voto parlamentare, RN e gli altri partiti che lo sosterranno. 

È uno schiaffo al Nouveau Front Populaire, la coalizione di sinistra uscita di fatto vincitrice – ma di fatto senza una maggioranza netta, i deputati eletti sono infatti 182 – dalle ultime elezioni. Uno schiaffo, inoltre, alla maggioranza dei francesi che si è mobilitata con il proprio voto per creare uno sbarramento contro l’avanzata dei lepenisti. È sufficiente guardare ai numeri: oltre ai 182 deputati di NFP, Ensemble, la coalizione governativa, ne conta 168, mentre i Républicaines, che si erano fortemente schierati contro la decisione del loro ex presidente Eric Ciotti di allearsi con RN, 46. Una decisione che si basa su una lettura estensiva dei poteri del Presidente della Repubblica: secondo la Costituzione francese il Presidente nomina il Primo ministro sulla base della volontà espressa dalle elezioni (articolo 8). Si conferma un trend, iniziato già prima dell’insediamento di Macron ma da lui rafforzato, di estensione dei poteri del Presidente della Repubblica sulla base di letture estensive del dettato costituzionale che rischiano di acuire le tensioni politiche già in atto in Francia – come il ricorso all’articolo 49,3 per approvare la riforma delle pensioni.

Con la nomina di Barnier Macron ha di fatto rafforzato il Rassemblement National perché lo ha presentato come un partito costruttivo e collaborativo – la proposta di un governo tecnico era già stata avanzata da Marine Le Pen all’indomani delle elezioni – a differenza della sinistra. Quest’ultima avrebbe, in verità, avanzato delle proposte, rigettate però dal Presidente francese in nome di una presunta stabilità del paese. Secondo l’attuale inquilino dell’Eliseo, infatti, i candidati non avrebbero superato le opposizioni di RN e il voto parlamentare. Barnier, invece, metterebbe d’accordo il centro, la destra e l’estrema destra. In questo modo, comunque, RN diventa l’ago della bilancia: un ruolo con cui il partito di Marine Le Pen sfrutterà per rafforzare la crescita elettorale e per spostare ancora più a destra l’agenda di governo e la destra francese, incrementando la polarizzazione politica. 

Nell’ultimo punto sta la vittoria di RN e lo schiaffo ai milioni di francesi mobilitatesi per il barrage repubblicano. RN ha giocato tutta la sua campagna elettorale sullo slogan «Bardella Premier ministre», arrivando terzo alle elezioni – e su questa base affermare, come hanno fatto Marine Le Pen e Jordan Bardella, un complotto contro RN, squalificando così il voto dei francesi. Ciononostante, RN esce vittorioso, con un potere maggiore rispetto a quello che dovrebbe spettare ad un partito arrivato terzo, perché di fatto RN è oggi il partito che può decidere delle sorti del nuovo governo e delle politiche che vorrà adottare. Anche per questo motivo sembra un’uscita all’italiana: un partito non uscito vincitore alle elezioni che acquisisce un peso maggiore rispetto al risultato elettorale. Non è detta, però, l’ultima parola. La scelta di Barnier si basa anche sulla consapevolezza che con i suoi settantatré anni non potrà essere un candidato per le elezioni del 2027, lasciando così campo libero alle tre formazioni di governo di giocarsi il favore delle urne anche in base al comportamento che adotteranno con il sostegno al nuovo governo. Perché forse il calcolo di Macron è quello di portare RN a fare un passo falso che lo squalifichi agli occhi degli elettori, rafforzando il consenso intorno al suo partito e alla sua figura che, in questo modo, vorrebbe erigersi ad arbitro della contesa. Un gioco ad alto rischio che, per ora, ha avvantaggiato il partito di Marine Le Pen che non solo detiene un potere maggiore rispetto alle altre forze politiche, ma che può rivendicare di avere per prima proposta la formazione di un governo tecnico.

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