Negli Stati Uniti la campagna elettorale per le presidenziali, che avranno luogo questo 5 novembre, si combatte anche sul terreno della criminalità. E non perché il candidato repubblicano Donald Trump è indagato su più fronti. Secondo il 58% degli statunitensi (i dati sono del prestigioso Pew Research Center) infatti la riduzione della criminalità dovrebbe essere una delle priorità della prossima presidenza. All’inizio dell’amministrazione di Joe Biden, nel 2021, erano il 47% a pensarla così. Un’inquietudine che coinvolge entrambi gli schieramenti dell’elettorato, anche se in misura maggiore i repubblicani (68% contro 47%).
Ma è davvero così diffuso il crimine negli Stati Uniti? La risposta è negativa e anzi, la criminalità negli Stati Uniti è scesa notevolmente negli ultimi anni. Si tratta di un trend di decrescita che va avanti dagli anni Novanta, quando il numero di atti criminali raggiunse un picco che non ha più toccato. Bisogna però dire che non è così scontato avere dei dati precisi e univoci sulla criminalità negli Stati Uniti. Nel paese a stelle e strisce, infatti, le statistiche si basano sui dati forniti ogni anno dall’FBI e dal Bureau of Justice Statistics (BSJ), la principale agenzia del Dipartimento di giustizia per la misurazione dei crimini e di monitoraggio sui sistemi giudiziari. Nei dati pubblicati dall’FBI vengono riportati tutti i casi denunciati alle forze dell’ordine, ma vengono tralasciati i dati sui crimini che non vengono denunciati. Una lacuna che si somma al fatto che nella casistica dell’FBI non sono previsti tutti i crimini. Potrà sembrare strano, ma gli atti criminali legati all’uso di droga non vengono riportati nei dati dell’FBI. Un problema che si somma al fatto che non tutte le forze dell’ordine partecipano ogni anno alla raccolta dati del Federal Bureau of Investigation. Il motivo per cui l’FBI non include tutti i crimini nei suoi dati è che i suoi studi sono orientati verso quei reati che possono rappresentare una minaccia immediata per la sicurezza pubblica e che sono ritenuti indicatori più generali di tendenze criminali. Per raccogliere dati, inoltre, da diverse giurisdizioni significa avere delle modalità di segnalazione e raccolta standardizzate e non tutte le autorità indicano, come nel caso dei crimini legati alla droga, allo stesso modo i crimini nei loro dossier. Il BSJ, invece, è interessato a produrre dati statistici a livello nazionale su fenomeni che possono essere non immediatamente legati alla sicurezza pubblica, come il consumo di droghe. Per questo motivo fornisce dati anche sui crimini non denunciati alle autorità perché per i suoi studi ricorre alle interviste delle vittime, il che significa che il BSJ non fornisce dati sugli omicidi se non quelli prodotti da altri enti.
Nonostante queste diversità, i dati dell’FBI e del BSJ confermano il trend di decrescita della criminalità e sostengono che i crimini contro il patrimonio (nella top ten sono i furti, soprattutto di auto e con scasso) sono ben più frequenti di quelli violenti (tra questi spiccano aggressioni aggravate, rapine, stupri e omicidi). Secondo l’FBI il tasso di criminalità violenta sarebbe sceso del 49% tra il 1993 e il 2022 – non sono però disponibili dati precisi sugli stupri, perché nel 2013 l’FBI ha rivisto la definizione di questo reato – mentre il tasso di crimini contro il patrimonio sarebbe sceso, nello stesso periodo, del 59%. Una decrescita che è ancora più rilevante se prendiamo i dati del BSJ, secondo cui i crimini violenti e contro la proprietà sarebbero scesi del 71% tra il 1993 e il 2022. Ciononostante, in ventitré dei ventisette sondaggi condotti da Gallup dal 1993 al 2023 almeno il 60% degli intervistati, nonostante la tendenza al ribasso dei crimini, ha affermato che a livello nazionale la criminalità era salita rispetto all’anno precedente. Come si spiegano questi dati?
Una prima risposta è dovuta al fatto che il trend di decrescita della criminalità non è sempre stato costante. Nel 2020, infatti, il tasso di omicidi censito è stato il più ampio dal 1905 – e forse di sempre – con un incremento del 29% secondo il Pew Research Center. Fu l’anno del Covid, ma anche l’ultimo della presidenza di Donald Trump. Nonostante la diminuzione del tasso di omicidi nel 2023, la percezione degli statunitensi è rimasta ancorata all’idea che la criminalità fosse in aumento perché molti statunitensi si concentrano sulle statistiche annuali e non le osservano in prospettiva storica. Una dispercezione dovuta anche all’inefficienza delle forze dell’ordine che non riescono a risolvere il 36,7% dei crimini violenti (nel 2013 ci riusciva nel 48% dei casi), mentre nel caso dei reati contro il patrimonio le forze dell’ordine hanno risolto il 12% dei casi (nel 2013 era il 19,7%). Sotto questo punto di vista, il senso di insicurezza provato da molti americani è comprensibile. Soprattutto, poi, se guardiamo, alle tipologie di crimine. Per fare un esempio, nei mezzi pubblici di New York la criminalità sarebbe aumentata del 7% nell’ultimo anno, motivo per cui la governatrice dello Stato, Kathy Hochul, ha deciso di schierare la Guardia Nazionale nella metropolitana – un po’ come da noi succede con l’operazione Strade Sicure. Vedere dei soldati nella metro contribuisce ad alimentare la percezione di una criminalità diffusa. A ciò bisogna aggiungere la diffusione di statistiche locali che, in diversi casi, mostrano come effettivamente la criminalità sia in aumento. Dati che sarebbero quindi in controtendenza rispetto alla media nazionale e che se decontestualizzati e inseriti all’interno di un discorso propagandistico contradirebbero le statistiche contribuendo a diffondere l’idea della criminalità diffusa.
Alcune fasce della popolazione, poi, sono effettivamente più colpite di altre. Per i Black Americans, soprattutto se giovani, il rischio di essere vittima di crimini violenti è rimasto elevato perché costituiscono il 60% delle persone uccise ogni anno con le armi da fuoco secondo uno studio del Brady Center to Prevent Gun Violence. Un dato dovuto alle forti disparità razziali che tutt’oggi persistono negli Stati Uniti e non certo per una predisposizione. L’odio di stampo razzista, infatti, si riflette sulla criminalità e la sua percezione. Nell’ultimo anno i crimini d’odio sono aumentati dell’11%, con un’impennata degli atti antisemiti e antimusulmani a causa della guerra tra Israele e Hamas. Un odio spesso cavalcato da Donald Trump nei suoi comizi – come quando affermò che gli immigrati haitiani in Ohio stavano mangiando gli animali domestici – e nella propaganda a sostegno della sua candidatura, perché una buona parte dell’elettorato a cui si rivolge l’ex presidente è un elettorato nostalgico di un’America in cui era ancora presente la segregazione razziale. L’immagine che ne viene fuori è quella di un’America insicura e ciò è dovuto anche alla forte polarizzazione politica tra i sostenitori di Trump e i suoi avversari. Una polarizzazione che si alimenta con la percezione della criminalità diffusa, cui l’ex presidente attribuisce la causa agli immigrati e alla “mano leggera” dei democratici. Un’insicurezza dovuta, infine, all’aumento della violenza e dei reati di tipo politico, questa sì veramente aumentata dal 6 gennaio 2021, quando i supporter trumpiani presero d’assalto il Campidoglio, con bene duecentotrentadue casi documentati da Reuters. Si tratta di un picco che non veniva toccato dagli anni Settanta. Del resto, secondo un sondaggio di CBS/YouGov il 49% degli statunitensi si aspetta atti di violenza politica da parte di chi perderà le prossime elezioni. Un dato che contribuisce ad alimentare la percezione di insicurezza provata da molti americani.
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Cofondatore de L’Eclettico, ricercatore post-doc e giornalista freelance. Mi occupo di storia degli Stati Uniti e relazioni internazionali, soprattutto tra USA, Francia e Italia. Sono esperto di Woody Guthrie, folk e politica americana, conflitti e militarizzazione della polizia, propaganda e diplomazia culturale. Sempre con lo zaino in spalla, non ho vissuto sempre dove vivo adesso, ma ho sempre avuto la mia chitarra e la letteratura al mio fianco. Ho fatto una scelta di parte, quella di cui canta Springsteen in “The Ghosts of Tom Joad”.