Speranza: era questa parola che ricorreva tacitamente nei messaggi che stanotte scambiavo con i miei amici statunitensi, nonostante sin dai primi risultati in Indiana e Kentucky si intravedesse una strada in salita per Kamala Harris. Stamani intorno alle sei del mattino un amico (italiano) mi scrive per chiedermi che speranze ci fossero, ma a quel punto le speranza per una vittoria di Harris erano praticamente sfumate: la candidata democratica aveva perso gli Swing States del Sud e i dati in quelli del Midwest non lasciavano spazio alla speranza, così come dati più precisi sulla performance nei suburbia e in vari segmenti dell’elettorato. Speranza è ciò che mi ha chiesto un amico americano stamani mattina, mentre commentavamo i risultati: «riesci ad essere ottimista nonostante tutto?» mi chiede aggiungendo «come avete fatto a rimanere ottimisti in Italia ai tempi di Berlusconi?». «Il problema è proprio questo» gli rispondo, «molti in Italia non erano ottimisti perché intravedevano le conseguenze di ciò che sarebbe accaduto». Ecco, sulle conseguenze dobbiamo interrogarci per potere dire qualcosa su questa elezione e l’impatto che avrà non solo negli Stati Uniti, ma anche nel mondo.
Negli Stati Uniti dovremmo sperare nella tenuta dei check and balances e che tra due anni i risultati siano migliori per i democratici, ma già molti commenti basati sulle dichiarazioni di Trump di sostituzione di cariche e di “vendetta” lasciano un senso di inquietudine, così come il probabile riallineamento elettorale. Fino ad oggi si è sempre detto che i democratici avessero un elettorato composito e, sotto questo punto di vista, ampio, il che poteva essere sia un vantaggio che uno svantaggio. Ha prevalso la seconda ipotesi. Tra i segmenti elettorali che si pensava avrebbero votato democratico Harris non è andata così bene, riuscendo anche a perdere il voto popolare che i repubblicani non vincevano da venti anni: il voto femminile, traino dalla vittoria di Barack Obama, non è andato come previsto (tutti i dati sono ancora parziali, prendeteli con le pinze: in linea con Biden del 2020, ma peggio di Hillary Clinton nel 2016) perché Harris non sfonda tra le donne bianche (il 52% di loro supporta Trump); Harris però è andata meglio tra gli elettori bianchi rispetto a Biden e Clinton, soprattutto uomini, ma ha perso molti voti tra Black Americans e ispanici, in particolare nel segmento maschile. Nel voto under 30 Trump vince, soprattutto tra i maschi (ricordate quando si diceva che i giovani avrebbero salvato l’America?). Biden vinse nel 2020 con il voto favorevole di aree urbane e suburbane: Harris tiene nelle prime (senza però aumentare i voti), ma non nelle seconde e nelle aree a bassa densità abitativa ritorna ai livelli di Clinton 2016. Trump va ancor meglio delle previsioni tra i redditi bassi e si conferma il cleavage del livello di istruzione che diviene, anzi, ancor più marcato. Sostanzialmente Trump ha migliorate un po’ ovunque la sua performance rispetto alla precedente tornata e questo garantisce una maggiore coesione e radicalità di questa seconda presidenza trumpiana, quindi una maggiore incisività – con ricadute profonde anche sulla lotta al cambiamento climatico. C’è poco da girarci introno: Trump è ben più forte rispetto alla precedente elezione, anche all’interno del suo stesso Partito. Se il 2016 poteva sembrare un incidente, il risultato di stanotte sembra suggerire un riallineamento.
Finito lo spiegone sui dati, che cosa rimane delle speranze incarnate dai democratici? Speranze che fino a poco tempo fa guardavano a sinistra, ad Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders, poi che sono sembrate orientarsi verso il centrismo? Qui dobbiamo rilevare due aspetti fallimentari della strategia democratica per poi arrivare ad una considerazione generale da cui potranno nascere considerazioni sul futuro. Innanzitutto, Gaza. Lo si diceva da tempo che Harris avrebbe dovuto probabilmente prendere una posizione più netta: non averlo fatto ha sottratto voti. Secondo, ma non in ordine di importanza, l’aborto: dopo la sentenza della Corte Suprema sembrava essere divenuto il tema elettorale capace di mobilitare anche elettori che non avrebbero votato democratico, soprattutto tra le donne. Così non è stato. È una vittoria di Trump che ha affermato che non avrebbe toccato il diritto degli stati di legiferare liberamente sul tema, quindi respingendo l’idea di un bando federale contro l’aborto. Ecco che molte donne e molti elettori interessati al tema hanno quindi potuto votare Trump anche se interessati alla difesa del diritto all’aborto. I dati sui referendum sull’aborto che si sono svolti in alcuni stati ci diranno di più sul tema – soprattutto quello della Florida, Nebraska e South Dakota negative per i pro choice che hanno invece vinto in Arizona, Colorado, Maryland, Missouri, Montana e New York – contribuiranno a problematizzarlo.
I democratici sembrano sotto molti punti di vista in crisi di identità rispetto ai repubblicani che sono ormai ancorati al trumpismo. È una cosa che si dice da tanto tempo: manca una narrazione e averla significa anche comunicare i propri successi. La presidenza Biden è stata tra le migliori se guardiamo ai provvedimenti fatti passare dal Congresso e agli indicatori economici. Detto in altri termini Biden è stato un buon presidente ma ciò che ha fatto darà i risultati tra un po’ e questo si spende male in una campagna elettorale, soprattutto se non si comunicano bene i propri successi. Come ha scritto il Professor Arnaldo Testi, Biden ha cambiato l’America ma in campagna elettorale si è parlato d’altro e questo non ha bilanciato la percezione che molti statunitensi avevano dell’economia, cioè svantaggiosa. L’indicatore della fiducia dei consumatori, infatti, era ed è rimasto basso. Complice l’inflazione – nonostante le dinamiche inflattive siano minori negli USA che in Europa – , perché si percepisce di più l’aumento del costo della benzina o delle uova anziché risultati sul lungo periodo, e il fatto che i redditi bassi non hanno beneficiato di molte delle politiche economiche che sono state adottate. Questo spiega in parte perché per molti statunitensi Trump è la soluzione e non il problema.
Insomma, tra i democratici sembra regnare la confusione. Una confusione che è anche generale perché la presidenza cambia per la terza volta in otto anni: si tratta del più grande periodo di instabilità della Casa Bianca dagli anni Settanta. Una confusione, quella democratica che va avanti da troppo tempo ormai: i risultati si sono visti. Speranze per il futuro ci sono: Pete Buttigieg, Segretario dei Trasporti, incarna parte dei cambiamenti che i democratici dovrebbero affrontare e in questi quattro anni si è costruito un buon radicamento sul territorio.
Territorio è un’altra parola chiave. Dobbiamo vedere ancora come sono andate le elezioni per i Congressi locali perché sarà nello “scontro” tra competenze federali e locali che potrebbero giocarsi – a seconda di come andranno i risultati – molte partite importanti, in questo modo alimentando la polarizzazione: un cane che si morde la coda. Sul territorio i repubblicani sembrano avere agito bene. Trump, nel corso della sua prima presidenza, sostituì molti giudici e ufficiali: un’eredità che si vede nel corso del tempo. Al contempo, il partito e i PAC ad esso collegato hanno investito molto in questi anni per radicarsi nei territori e mobilitare al voto. Un caso emblematico è quello della Pennsylvania, dove i repubblicani hanno cercato di mobilitare anche gli Amish con una strategia che ha riguardato anche alcune concessioni legislative. Altro caso emblematico di questo spostamento a destra è la contea di Miami-Dade in Florida, importante indicatore del voto di minoranze come gli ispanici: qui Trump è il primo candidato repubblicano a vincere dal 1988.
Una riflessione, credo, vada fatta su Elon Musk – e qui di speranza ce ne è poca. Sbagliamo a credere che i “geni” della Silicon Valley siano per propensione favorevoli ai democratici. Come molti imprenditori, fanno il loro gioco. Pensiamo a Mark Zuckerberg audito al Congresso per le sue responsabilità nella diffusione di false notizie su Facebook. Pensiamo a Jeff Bezos che impedisce al Washington Post, di cui è proprietario, di fare l’endorsment presidenziale. Pensiamo per l’appunto ad Elon Musk. È certamente una sconfitta della democrazia l’avere lasciato correre un golpista – il 6 gennaio fu un tentativo di golpe – e avere lasciato una tale concentrazione di potere mediatico e di risorse economiche nel “ticket” Trump-Musk. La disinformazione e la diffusione di fake news hanno giocato sicuramente un ruolo in questa campagna elettorale e non lasciano presagire niente di buono per il futuro, perché Musk sta sviluppando sistemi di intelligenza artificiale capaci di operare un mutamento epistemologico in ciò che definiamo come “verità” e “realtà” operando un salto di qualità (in negativo) nella produzione della propaganda – per non parlare delle tante altre scelte che Musk sta prendendo e che dovrebbero, invece, essere oggetto di riflessioni collettive ed etiche e che soggiacciano, invece, al delirio di onnipotenza del miliardario e alla sua esigenza di fatturare. Sotto questi punti di vista non si abbiamo buone speranze.
E noi, in Europa, noi nel mondo? La prima presidenza Trump ha lasciato un’eredità di insicurezza cui Biden ha cercato di riparare. Trump uscì da molti accordi internazionali – alcuni, come il TTIP volti a contenere la Cina – e delegittimò le organizzazioni e i trattati internazionali, come quelli sul nucleare, minando la pace mondiale. Checché se ne dica in Italia Trump non è isolazionista – una categoria che ormai è in disuso tra gli studiosi – perché non intende ritirare gli Stati Uniti dall’arena internazionale. Trump, piuttosto, ha una visione del mondo e delle relazioni internazionali – nei corsi di scienza politica e di storia la si definisce hegeliana – come naturalmente caotica e di prevaricazione. Per Trump il primato americano lo si ristabilisce togliendo all’azione di Washington quei lacci che gli impediscono di perseguire liberamente i propri interessi – a discapito della cooperazione e della pace – affermando così la logica di potenza. Checché se ne dica in Italia è un discorso guerrafondaio. E le ricadute anche economiche saranno pesanti tra dazi, guerre commerciali e ricatti. Se l’Europa sarà in grado di rispondere dando una decisa accelerata al processo di unificazione è la questione, ma i dati elettorali, l’avanzata dell’estrema destra euroscettica, la diffusione di false notizie e di disinformazione (le conseguenze di quel che dicevamo di Musk), l’inflazione e la legittimazione che Trump da a tutti i punti di riferimento illiberali e scettici della necessità di un coordinamento internazionale non fanno presagire niente di buono, così come l’assenza di una narrazione europea (su cui si continua a non investire) e l’incapacità dell’Unione Europea di comunicare bene i suoi successi e i vantaggi che rappresenta. Quel che potrebbe accadere alla NATO ci dà una misura di quel che potrebbe succedere in Europa: gli USA non usciranno dall’alleanza, ma potrebbero svuotarla politicamente e nella sua capacità operativa cercando rapporti bilaterali con i singoli Stati che, così, potrebbero potenzialmente entrare in competizione.
Che speranza rimane, quindi? Per tornare al messaggio che ho inviato a quel mio amico americano, più che di speranza dobbiamo parlare di resilienza. Si tratta di una battaglia che riguarda anche le mentalità e lo sdoganamento di certe posizioni. “Penso che dobbiamo mantenerci saldi e non cedere al senso di scoraggiamento, we must stay on the line per proteggere le nostre democrazie e il nostro sistema internazionale. Non si tratta di ottimismo, ma di resilienza. Come una famosa canzone folk diceva: we shall not be moved, non ci sposteremo».
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Cofondatore de L’Eclettico, ricercatore post-doc e giornalista freelance. Mi occupo di storia degli Stati Uniti e relazioni internazionali, soprattutto tra USA, Francia e Italia. Sono esperto di Woody Guthrie, folk e politica americana, conflitti e militarizzazione della polizia, propaganda e diplomazia culturale. Sempre con lo zaino in spalla, non ho vissuto sempre dove vivo adesso, ma ho sempre avuto la mia chitarra e la letteratura al mio fianco. Ho fatto una scelta di parte, quella di cui canta Springsteen in “The Ghosts of Tom Joad”.