A Complete Unknown, il film su Bob Dylan interpretato da Timothée Chalamet, è un film divisivo: c’è chi lo ha elogiato, chi lo ha criticato fortemente, chi si è soffermato su aspetti più sottili e importanti come in questo bell’articolo di Alessandro Carrera, tra i massimi studiosi di Dylan in Italia. Non sarebbe potuto essere altrimenti: una delle cifre artistiche di Dylan è quella di essere un personaggio che fa discutere, con le sue azioni e la sua arte. È così dagli anni Sessanta, dalla famosa svolta elettrica con cui si chiude il film. 

A Complete Unknown può apparire edulcorato – non viene fatta menzione delle droghe che lo stesso Dylan assumeva, solo un accenno all’abuso di alcol – e a tratti destoricizzato e depoliticizzato. Guardando il film per la prima volta può sembrare, infatti, che le figure di Alan Lomax (1915 – 2002), probabilmente il più influente etnomusicologo statunitense (se non a livello mondiale), e del celebre artista folk Pete Seeger (1919 – 2014) siano ridotte a delle macchiette quasi parodistiche delle loro posizioni “puriste” sulla musica folk – ed effettivamente manca, nel film, una contestualizzazione storica che renda conto delle loro posizioni sul folk. Si tratta, come vedremo meglio più avanti, di una provocazione. 

Dylan stesso era ed è rimasto impegnato politicamente – non sarebbe il figlio musicale di Woody Guthrie altrimenti –  lo dimostrano i testi delle sue canzoni anche recenti come nell’album del 2020 Rough and Rowdy Ways, la scelta di non cantare all’Ed Sullivan Show nel 1963 perché gli avrebbero impedito di suonare “Talkin’ John Birch Paranoid Blues”, canzone parodistica sull’anticomunismo presente negli Stati Uniti, senza tralasciare l’impegno per i diritti civili. Sono aspetti, questi, che ad una prima visione sembrano messi in sordina nel film. Se è così c’è un motivo che riguarda Dylan stesso, che ha partecipato attivamente alla scrittura della sceneggiatura – come spesso accade quando si parla di film che riguardano lui. 

Il titolo del film esplicita parte del messaggio che sta dietro alla narrazione della pellicola: Bob Dylan come un completo sconosciuto. A Complete Unknown mette infatti in luce la difficoltà di ricostruire la biografia di Dylan. Ci hanno provato in molti tra cui Robert Shelton, il primo critico musicale ad appoggiarlo negli anni Sessanta, e Dylan stesso ha lasciato il progetto a metà, con la pubblicazione del primo volume della sua autobiografia, Chronicles Volume One: dal 2004 siamo ancora in attesa dei volumi successivi.

L’impossibilità di rendere in una cornice narrativa la vita e le influenze di un individuo è in verità un dato coerente con la cifra artistica di Dylan che ha sempre mantenuto una coltre di riservatezza sulla sua vita privata e ha sempre sottolineato come fosse necessario concentrarsi sull’arte piuttosto che sulla vita dell’artista per evitare di renderlo un idolo, un divo intrappolato nel suo stesso stereotipo. Del resto, sostiene Dylan dagli anni Sessanta, è impossibile ridurre la vita di un individuo a «un attimo rubato» (My Life In A Stolen Moment è il titolo di una poesia di Dylan del 1962 su questo tema) così come è impossibile rendere conto di tutte le persone che possono avere influenzato un artista. Come avrebbe detto Walt Whitman, poeta statunitense amato da Bob Dylan (e da Woody Guthrie): «sono vasto, contengo moltitudini» (“I Contain Multitudes” è anche il titolo di una canzone dell’album Rough and Rowdy Ways). Ai fan che vorrebbero conoscere i dettagli più minuti della sua vita e fare filologia sulla sua opera Dylan ha sempre risposto in maniera evasiva, come quando nel film la sua fidanzata Sylvie Russo – che altri non è che Suze Rotolo (1943 – 2011) figura determinante nella maturazione artistica e politica di Dylan e sua ex compagna che compare nella copertina dell’album The Freewheelin’ Bob Dylan del maggio 1963 – gli dice che vorrebbe sapere di più sul suo passato e lui le risponde che non è importante. 

Tutti gli artisti folk del passato hanno rimaneggiato di volta in volta la propria biografia. Lo ha fatto anche Woody Guthrie in Bound for Glory (1943), suo libro autobiografico, e in numerose interviste e registrazioni, tra cui le famose Library of Congress Recordings (1940) con Alan Lomax o in uno dei suoi ultimi concerti (e unico di cui si possiede una registrazione)The Live Wire (1949, pubblicato nel 2007). A Complete Unknown non fa eccezione: il film è infatti una narrazione mascherata da biopic che veicola un messaggio, perché nel folk non è importante la veridicità della storia, ma il messaggio che essa veicola e ciò che provoca nell’ascoltatore/spettatore. Sotto questo punto di vista A Complete Unknown si concentra sulla personalità provocatrice di Dylan che ritiene il ruolo dell’artista non come confermativo, un individuo con delle risposte e che quindi dà ai suoi fan ciò che vogliono, ma come un soggetto anticonformista, che deve fare arrabbiare e stimolare mettendo di fronte alle contraddizioni e alle aspettative. 

Ah, you’ve been with the professors and they’ve all liked your looks
With great lawyers you have discussed lepers and crooks
You’ve been through all of F. Scott Fitzgerald’s books
You’re very well-read, it’s well-known
But something is happening here and you don’t know what it is
Do you, Mr. Jones?

(“Ballad of a Thin Man, in Highway 61 Revisited, 1965)

Dylan provoca i suoi fan, i dylanologi che credono di sapere tutto su di lui, delude consapevolmente le aspettative per uccidere l’idolo di sé stesso e mettere di fronte agli occhi dello spettatore l’ipocrisia della sua devozione che gli impedisce di cogliere l’essenza dell’arte e la necessità della ribellione. Il film si conclude con l’esibizione elettrica di Dylan al festival di Newport il 25 luglio 1965: come a dire, questo film è come Newport, è ciò che non ti aspetti, una mitragliata – come viene reso metaforicamente in I’m Not There, complesso e bel film del 2007 che intreccia l’opera e la vita di Bob Dylan con citazioni e riferimenti a Woody Guthrie. 

A Complete Unknown sfrutta a proprio vantaggio le aspettative che possono nascere intorno al biopic, un genere che potenzialmente raccoglie in sé molti cliché. Earl Browder, leader del Partito comunista statunitense negli anni Trenta e Quaranta quando anche Woody Guthrie ne era fervente sostenitore, sottolineava spesso l’importanza di una strategia che fosse «boring from within»: infiltrarsi e sovvertire dall’interno. È un po’ quello che ha fatto Dylan con A Complete Unknown. L’interno sono le aspettative che riponiamo nel canone del biopic che Dylan piega a suo vantaggio per far passare il messaggio che egli rimane libero, che è provocazione, che non offre risposte ma dubbi e riflessioni, che non farà mai ciò che ti aspetti che faccia, pena il venire meno dell’essere artista e, dunque, voce di quel che accade e della condizione umana – e questa sì che è una cosa che Dylan riprende dal folk, genere che sottolinea l’importanza della coerenza per essere portavoci. 

L’indipendenza e la ribellione di Dylan sono ben rappresentate nel film quando, sul palco con Joan Baez, si rifiuta di cantare “Blowin’in the Wind” perché non vuole essere l’immagine che gli altri hanno di lui, né continuare a cantare le stesse canzoni per tutta la vita. Un messaggio, questo, a chi si ostina a lamentarsi che nei suoi concerti Dylan non sempre canta i “classici” e riscrive e riarrangia sempre le sue canzoni. Un approccio molto folk, perché in questo genere musicale nessuno si sarebbe mai sognato di suonare la stessa canzone due volte nello stesso modo – pena il venire meno della sincerità – quantomeno non senza improvvisarci delle strofe o dei versi nuovi, tanto più, nel caso di Dylan, se certe canzoni le hai registrate a vent’anni e adesso di anni ne hai ottanta. 

Dettagli 

In molti articoli, conversazioni e libri su Bob Dylan a sfuggire sono spesso i dettagli. È quel che succede in molti degli articoli usciti a commento del film. Quasi nessuno, ad esempio, si è accorto dell’importanza della scena in cui Dylan, mentre è in macchina con Pete Seeger dopo essere stato per la prima volta da Guthrie, confessa la sua passione per Buddy Holly (1936 – 1959), celebre artista rock and roll, idolo giovanile di Dylan e centrale nel suo sviluppo artistico, come ammette lo stesso menestrello di Duluth nella sua autobiografia. Come praticamente inosservata è passata la presenza di Aretha Franklin (1942 – 2018) – o quella che sembra essere, vista la somiglianza dell’attrice con la celebre cantante statunitense – al Newport Folk Festival del 1965. Nella realtà Franklin non era presente al festival come, del resto, Jonny Cash, amico e punto di riferimento di Dylan con cui incise, peraltro, una versione di “Girl from the North Country” pubblicata nell’album del 1969 Nashville Skyline, registrazione frutto di una session libera a Nashville. La loro presenza, nel linguaggio narrativo che può adottare un film che è comunque fiction, serve ad omaggiare due figure importanti per Dylan. Del resto, Aretha Franklin è un riferimento centrale in Tarantula, romanzo-poema beat – i riferimenti all’importanza della Beat Generation sono una delle cose che il film effettivamente tralascia – che Dylan scrisse tra il 1965 e il 1966 e che pubblicò nel 1971. I capitoli di Tarantula 1 e 47, che racchiudono il libro in una cornice, sono caratterizzati infatti dalla presenza di «aretha», cioè Aretha Franklin che viene anche anagrammata in «earth(a)» (terra). 

Come nel caso di Aretha Franklin e Jonny Cash un errore probabilmente voluto riguarda il primo album di Dylan (Bob Dylan, 1962). Contrariamente a quel che viene detto nel film, non conteneva solo canzoni folk tradizionali, ma anche due pezzi scritti dallo stesso Dylan: “Song to Woody,” che nel film canta quando si presenta per la prima volta a Guthrie in ospedale, e “Talkin’ New York”. Entrambe le canzoni hanno al loro interno due versi di Woody Guthrie, nel primo caso «that come with the dust and are gone with the wind» che Dylan riprese da “Pastures of Plenty”; mentre nel secondo caso: «some people rob you with a fountain pen» che si trova nella canzone “Pretty Boy Floyd”, citazione peraltro ricorrente negli Stati Uniti. 

Un dettaglio importante è quando Sylvie Russo consiglia a Dylan di leggere Dwight Macdonald (1906 – 1982), un modo per riconoscere l’importanza di Suze Rotolo nello sviluppo artistico di Dylan – fu lei, del resto, a fargli scoprire Rimbaud e probabilmente sempre lei è la ragazza con cui legge Dante nella bellissima “Tangled Up In Blue” (Blood on the Tracks, 1975). Anche in questo caso si colgono due provocazioni o, quantomeno, una critica. Innanzitutto, l’immagine di Dylan come inguaribile playboy e la riduzione dei suoi rapporti con Rotolo e Baez a delle storie d’amore quasi adolescenziali è probabilmente un modo per denunciare gli stereotipi legati alla figura della rock star. La seconda provocazione riguarda il folk. Spesso, infatti, si ritiene che il folk sia un genere musicale un po’ sempliciotto, un po’ da contadini, ma proprio per questo affascinante e bello: perché sincero, perché espressione non mediata del sentire popolare – una credenza in parte frutto della stessa strutturazione del canone folk. Ma nessun artista folk ha mai preteso di essere rozzo o di non dialogare con altri artisti. Prendiamo Woody Guthrie: lungo tutta la sua storia il folk singer dell’Oklahoma ha dialogato costantemente con artisti a lui coevi o precedenti, e non parliamo solo di musicisti ma anche di romanzieri e poeti. Lo racconta lui stesso più volte nei suoi scritti. Del resto, erano anche i poeti a cercare un dialogo con il folk, basti citare Carl Sandburg (1878 – 1967), in particolare The American Songbag (1927), e Langston Hughes (1901 – 1967) che nel 1958 pubblicò con il poeta Arna Bontemps (1902 – 1973) The Book of Negro Folklore. 

Per chi conosce Dylan sa che nella sua produzione artistica la poetica è un aspetto molto importante – lo afferma anche nella sua Nobel Lecture. Meno risaputo è che la poetica è qualcosa che viene anch’essa in parte da Guthrie. È sufficiente dare un’occhiata alla produzione guthriana, in particolare quella successiva alla seconda metà degli anni Quaranta dove si registra una torsione più introspettiva, intimista, poetica, talvolta criptica, con componimenti anche molto lunghi rispetto allo standard folk – come già nel 1940 fu con la canzone “Tom Joad” (Dust Bowl Ballads), dedicata all’omonimo protagonista del romanzo di John Steinbeck The Grapes of Wrath, talmente lunga da dovere essere divisa in due parti per entrare nel formato del vinile dell’epoca. Per quanto il folk si sia strutturato come canone ciò che nell’arte statunitense è fondamentale è il principio di rottura e di attualità: essere del tuo tempo, come viene detto anche al giovane Dylan. Un’arte che sia espressione di un linguaggio nuovo, figlio degli Stati Uniti correnti, un’arte che sia ricerca e sperimentazione costante. Fu questa la sfida lanciata nell’Ottocento da quello che è probabilmente il maggiore punto di riferimento della letteratura statunitense, Walt Whitman. Dopo di lui la letteratura statunitense è stata caratterizzata da un costante intreccio tra dato biografico, artistico e storico-sociale: un’arte, cioè, dove i confini tra la vita dell’artista e quelli della storia che racconta si confondono in un processo di fictionalization del reale in cui il dato particolare assurge a riflessione e specchio della condizione generale per veicolare un messaggio, similmente a quanto fatto in A Complete Unknown.

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