Sono passati 25 anni dall’11 settembre 2001: lo spazio di una generazione, quella degli anni Novanta. Lo spazio di chi è cresciuto guardando la Melevisione, come quel primo pomeriggio di venticinque anni fa. Sembra un tempo lontano: le vite sono cambiate, sono diventate adulte. Anzi, sembra quasi un altro mondo con l’avvento dell’IA, dei cellulari e di tante altre cose. Eppure, viviamo ancora nelle conseguenze di quel che accadde quell’11 settembre di venticinque anni fa. 

L’11 settembre 2001 è stato un avvenimento periodizzante: ha creato un prima e un dopo. Certamente lo è stato per la generazione della Melevisione che per la prima volta scopriva – dopo avere sentito parlare o visto quel che era accaduto al G8 di Genova – come la violenza non solo sia parte di questo mondo, ma di come essa possa colpire tutti, indiscriminatamente e in qualunque momento. Non c’è persona di quella generazione che non ricordi dove fosse e che cosa stesse facendo l’11 settembre 2001. 

L’11 settembre è stato periodizzante perché ha segnato la fine dell’innocenza: sicuramente di chi era allora bambino o adolescente, ma anche di una buona fetta della società europea e statunitense che viveva nell’illusione degli anni Novanta, gli anni della “fine della storia”, del trionfalismo seguito alla fine della Guerra Fredda. Lo è stata anche per la generazione della Melevisione una fine traumatica di quel decennio che prometteva spensieratezza, benessere e bellezza. C’è nostalgia di tutto questo, la stessa che si prova a guardare la serie tv Friends o certi film di quel periodo, quando un mondo diverso sembrava possibile. Fu la fine di una stagione. Una stagione che per certi aspetti finì definitivamente con la crisi del 2008, quando fu evidente che i sentimenti di spensieratezza e fiducia nel futuro degli anni Novanta sarebbero divenuti nostalgia.  

L’attacco alle Torri Gemelle incominciò quindi a rendere evidente come la retorica trionfalista conseguente alla fine della Guerra Fredda, fondata sull’avvento inarrestabile di un’epoca di democrazie e benessere economico grazie ad una globalizzazione incentrata sul neoliberismo – nonostante le proposte alternative del G8 – fosse una chimera. La risposta statunitense con le guerre in Afghanistan e Iraq ha poi accelerato l’indebolimento del primato americano nel contesto internazionale, evidenziando l’affaticamento della democrazia degli Stati Uniti – già in parte emerso con la contestata elezione presidenziale del 2001 che George W. Bush vinse per pochi voti con una sentenza della Corte Suprema. 

La crisi della democrazia statunitense è un fenomeno di media durata, incominciato con la fine del sistema rooseveltiano negli anni Settanta – lo stesso decennio di avvento della destra religiosa – e con le cosiddette guerre culturali emerse alla fine degli anni Sessanta, aspetti poi esplosi – assieme al fenomeno del militia movement – proprio negli “spensierati” anni Novanta. L’idea che gli Stati Uniti dovessero recuperare un “primato” anche di azione, priva di restrizioni da parte di enti sovranazionali e leggi internazionali, era un’idea presente già prima dell’11 settembre, ma che l’attacco alle Torri Gemelle estremizzò con le conseguenze della guerra al terrore.  

Come nota lo storico Odd Arne Westad nel volume The Global Cold War (2005), pur essendo terminata la Guerra Fredda nel 1989, molte pratiche e problemi irrisolti di quel periodo sono sopravvissute e si sono protratte durante gli anni Novanta per arrivare ai giorni nostri. Diverse di queste questioni, in paesi apparentemente periferici come l’Afghanistan, sono rimaste lontane dai riflettori della high politics statunitense fino ad esplodere. L’Afghanistan e l’Iraq sono i casi più eclatanti: in entrambi i paesi il problema era iniziato con la Guerra Fredda e si era trascinato anche lungo gli anni Novanta. Solamente l’Iraq aveva ricevuto delle attenzioni e degli interventi chirurgici prima del 2003.

Dal canto suo, anche il terrorismo di matrice jihadista ha una storia lunga e complessa in cui non sempre è facile sintetizzare gli interessi e le posizioni dei vari attori – ISIS e talebani, ad esempio, sono avversari, così come Al Qaeda e ISIS che stanno peraltro combattendosi nella regione africana del Sahel.  Il terrorismo jihadista è intersezione di pratiche e pensieri occidentali e di pratiche e letture religiose e della società medi orientali spesso antecedenti all’arrivo del colonialismo. È il caso, ad esempio, del wahhabismo, fazione religiosa dell’Islam sunnita particolarmente dogmatica e radicale, fondata nella metà del XVIII secolo da Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhāb (1703-1792) nella penisola arabica, con l’intento di riportare l’Islam ad una lettura più attenta, severa e “originalista” del Corano e dei suoi precetti. Al wahabismo appartengono i talebani, Al Qaeda, ISIS e la monarchia assoluta dell’Arabia Saudita. 

Per comprendere come l’11 settembre 2001 sia stato uno spartiacque è dunque necessario guardare alla storia, cercando di comprendere che cosa è un attentato terroristico: la costruzione di un evento politico dall’elevato contenuto simbolico, capace di rappresentare idealisticamente una lotta assoluta tra il bene e il male. È una visione nichilistica e manichea del mondo in cui la violenza ha un valore rigenerativo in quanto “epura” la società dagli elementi “impuri” ed in ciò considera lo Stato e chi ne fa parte in maniera organicistica, cioè come una realtà unica e omogenea. Ma è anche un’azione dal valore pedagogico esclusiva. L’atto terroristico palesa infatti chi è fuori dalla comunità, mostrando a chi ne fa parte che ogni azione che contravviene alle norme è severamente punita. Un tipo di educazione che non vuole mostrare la via giusta solo ai membri della propria comunità, ma che si rivolge anche al nemico obbligandolo a cambiare i propri stili di vita e di pensiero. Di fatto una disciplina fondata sull’impossibilità di verificare la presenza dell’attentatore, di poter essere al sicuro. Pur essendo un evento che squarcia la quotidianità, infatti, l’attentato non appartiene solo alla sfera dell’inatteso, poiché la sua possibilità è prevista. Utilizzando una metafora, l’eventualità di un attentato è come un sorvegliante di cui non possiamo mai verificare l’effettiva presenza. Non potendo essere certi che il guardiano sia presente, che l’attentato si verifichi, ci comporteremo come se il sorvegliante fosse sempre presente. 

L’11 settembre ha portato con sé il cambiamento della quotidianità e della psiche – anche se oggi in misura minore rispetto al passato. Quando c’è la consapevolezza che un attacco può veramente avvenire in ogni momento, infatti, la paura e gli stereotipi entrano subdolamente nei pensieri. Le lenti utilizzate quotidianamente per osservare ed interpretare la realtà mutano, senza che ce ne rendiamo conto. E così anche il giudizio verso gli altri, il modo in cui frequentiamo certi luoghi, le mete dei viaggi che scegliamo e il modo in cui viaggiamo. È l’idea di attacco e di allerta permanente che giustifica il ricorso a misure emergenziali e la messa in discussione di aspetti dello stato di diritto. Lo stesso Donald Trump, nell’idea di un primato statunitense scevro di limiti e di regole, è in parte conseguenza di quel che accadde prima e dopo l’11 settembre – del resto, l’ICE è stata creata nel 2002 all’interno della guerra al terrore. Cambiare e destabilizzare: sotto questo punto di vista il terrorismo jihadista ha ottenuto un certo successo. 

Venticinque anni è lo spazio di una generazione: quella degli anni Novanta che è cresciuta ed è diventata adulta convivendo con il terrorismo, ma anche di quella generazione nata dopo l’11 settembre e che oggi ha vent’anni. Per questi ultimi le Torri Gemelle non sono memoria, ma storia. Una storia che continua ad essere anche tempo presente, perché quel che accadde quel martedì di venticinque anni fa non fu un evento, qualcosa che irrompe nella storia e che non ha un precedente, ma uno spartiacque con un prima e un dopo che è ancora parte delle nostre vite. 

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