Uno dei problemi da affrontare per portare a termine il processo di unificazione europea è quello della disillusione seguita al naufragare di alcuni importanti progetti che erano stati preceduti da uno “spirito” di entusiasmo, o di estrema fiducia nel processo di integrazione. La causa di ciò non va cercata solamente nell’economia e nella crisi del 2008, ma anche nella storia recente.

Tra il 1986 ed il 2001 l’Europa visse una stagione particolare, per quel che riguarda il processo di unificazione. La  firma dell’Atto Unico europeo è infatti del 1986, premessa necessaria per avviare una vera integrazione poiché senza l’uniformazione degli standard e l’impegno a costruire il mercato unico non sarebbero stati erosi quei principi dello Stato nazione che impedivano il cammino dell’Unione. Cammino che proseguì con Maastricht 1992, forse un trattato un po’ sottovalutato ma di fondamentale importanza perché introdusse la cittadinanza europea, senza la quale non potremmo definirci cittadini europei. Altro momento cruciale fu il Trattato di Copenaghen del 1993: per evitare che il risveglio dei nazionalismi dell’Europa dell’est portasse ad un caso simile a quello della ex – Jugoslavia si favorì l’ingresso dei paesi dell’Est nell’Unione.[1] Grazie a quel trattato abbiamo un’Europa più grande ed eterogenea che, inoltre, ha assolto ad un compito che potremmo definire morale, quello di evitare lo scatenarsi di una o più guerre. Un aspetto, quest’ultimo, che sarebbe bene tenere a mente per iniziare a creare una narrazione sull’essere cittadini europei. Il problema è che i paesi Visegrad, entrati nell’Unione grazie a quel trattato, tentano oggi di rompere l’unità: è necessario ricorrere nuovamente ai tre pilastri del Trattato di Copenaghen al fine di attuare una politica muscolare che, col tempo, conduca ad un disciplinamento delle entità statali che compongono il gruppo Visegrad. Il primo pilastro prevede un criterio politico: la presenza di istituzioni stabili e democratiche, la tutela dello stato di diritto e delle minoranze. È necessario creare organi di studio per verificare la presenza di questo criterio tenendo di conto che oggi si ha sempre più la presenza di democrazie autoritarie.[2] Il secondo pilastro riguarda l’economia di mercato, mentre il terzo un impegno politico: accettare che l’adesione all’Unione Europea sia l’adesione ad una visione evolutiva verso una dimensione federale. Un impegno a cui ogni Stato e anche l’Unione stessa debbono tornare, non solo per creare una cittadinanza e una coscienza europea, ma anche per far sì che i singoli Stati rispettino una clausola che hanno accettato.[3]Il problema più grande arrivò con il Trattato di Nizza del 2000 che vide la luce al termine di una lunga maratona negoziale per riformulare la struttura governativa in previsione dell’ingresso dei paesi dell’Est. Lo scontro sorse quando si trattò di stabilire il peso che i singoli Stati avrebbero avuto nel processo decisionale, cioè nel determinare le dimensioni del potere reale. Per circoscrivere i deludenti risultati venne predisposta una commissione per redigere la Costituzione europea.[4] Sappiamo bene che il progetto naufragò per il voto francese e olandese.[5] È in questo lasso di tempo, tra il 2001 ed il 2005, che finì la narrazione dell’Europa come terra dei diritti di costruzione comune. Agli errori del passato non è ancora stato posto il giusto rimedio: tornare allo spirito e alla concreta applicazione dei trattati fondativi rappresenterebbe un primo passo verso il risveglio della coscienza a vocazione europeista.

[1] Tanja Marktler, The power of Copenhagen Criteria, “Croatian Yearbook of European Law and Policy”, Vol.2, 2006, pp. 333-363.

[2] Claudio Foliti, Sulle vie della democrazia. Le teorie della democratizzazione nell’era globale, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2016, pp. 235-245.

[3] Christophe Hillion, The Copenhagen Criteria and Their Progeny, in Christophe Hillion (ed.), EU enlargement: a legal approach, Oxford, Hart Publishing, 2004,  consultato al seguente link: https://ssrn.com/abstract=2405368, accesso del 26/06/2018.

[4] Cfr. Girolamo Strozzi e Roberto Mastroianni, Diritto dell’Unione Europea. Parte istituzionale, 7ª edizione, Giappichelli, ottobre 2016, pp. 19-27; Giuseppe Mammarella, Paolo Cacace, Storia e politica dell’Unione europea (1926-2003), Bari, Laterza, 2004.

[5] Per i riferimenti a questa breve narrazione della storia recente dell’Unione Europea cfr. Antonio Varsori, Storia internazionale. dal 1919 ad oggi, Bologna, il Mulino, 2015, pp. 372-384.

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Sono nato a Pisa il 25 aprile del 1992 e mi sono laureato, sia alla triennale che alla magistrale, in Storia moderna e contemporanea presso l’Università di Pisa.

Nelle mie ricerche mi sono occupato soprattutto di storia degli Stati Uniti e delle relazioni internazionali, ma anche di storia culturale e della politica, oltreché di filosofia, letteratura e musica.

Dal gennaio al maggio 2018 sono stato in Erasmus Traineeship alla Sorbona IV di Parigi, dove ho approfondito le mie ricerche sulle relazioni di potere tra polizia ed esercito, altro tema a me caro.

Adotto come impostazione metodologica quella indicata dalla storiografia delle Annales e una prospettiva in parte foucaultiana. Mi colloco inoltre vicino al pensiero esistenzialista di Sartre e Camus pur non affermando la mia adesione totale ai due sistemi di pensiero incarnati da questi autori. Credo infatti che sia necessario mantenere il pensiero libero e non ancorato ad una scuola precisa al fine di renderlo eclettico.