Sono ventuno mesi che Israele è in guerra con la Palestina. A causa del conflitto, dei bombardamenti, delle mutilazioni e della fame muoiono ogni giorno ventotto bambini secondo i dati delle Nazioni UniteÈ come se quotidianamente a scomparire fosse una classe elementare

Per morire di fame – che sia un bambino o un individuo – serve del tempo: sono necessari giorni e giorni di assenza prolungata di nutrimenti. È una morte straziante per il bambino, soggetto a dolori acuti e lancinanti e alla paura, mentre i genitori osservano il figlio morire lentamente tra le loro braccia, inermi.

Che sia con delle fotografie, come quella di un bambino ridotto pelle e ossa che ha fatto il giro del mondo in questi giorni, o che sia senza fotografie immaginare non è difficile. Immaginare è mettersi nei panni degli altri: provare empatia, cioè essere compartecipi di una tragedia e di un’ingiustizia. Far finta di niente, essere indifferenti è essere colpevoli. Perché è questa la banalità del male: il conformismo che cela cieca obbedienza a certi privilegi che abbiamo anche grazie a ciò che sta accadendo in Palestina. L’indifferenza – o la convinzione del “non posso farci niente” –  altro non è che complicità di fronte ad un crimine

La fame è un crimine di guerra secondo il Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra e secondo lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, ma è anche, se sistematico e su larga scala come nel caso della Palestina, un crimine contro l’umanità. Lo riconosce anche il Parlamento Europeo ed è stato ribadito nella Risoluzione 2417 adottata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 2018.

Sulla Palestina le Nazioni Unite stanno parlando di una carestia in corso: a non mangiare per diversi giorni consecutivi è un terzo della popolazione. Una carestia che è stata provocata dall’uomo, come ha sottolineato il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus. Secondo un calcolo del quotidiano israeliano Ha’aretzgli 85 milioni di pasti distribuiti dalla Gaza Humanitarian Foundation – l’agenzia a fini di lucro fondata a febbraio 2025 con capitale israelo-americano che ha sostituito il sistema di gestione degli aiuti dell’ONU – non sarebbero sufficienti a sfamare la popolazione di Gaza come sostiene il governo israeliano. Calcolando, infatti, il numero degli abitanti i pasti da fornire sarebbero dovuti essere più del quadruplo. 

Criticare Israele non è antisemitismo. Piuttosto, è schierarsi anche contro l’antisemitismo non solo per il principio basilare che se riconosciamo cosa è accaduto agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale (il genocidio) non vorremo che qualcosa di simile si ripetesse, ma anche perché ciò che Israele sta portando avanti in Palestina danneggia gli ebrei di tutto il mondo perché fomenta l’antisemitismo. Del resto, la stessa identificazione Israele – ebrei è fuorviante, errata, ma soprattutto funzionale ad un disegno e ad un discorso di etno-politica (quando la politica diventa una questione di appartenenza etnico-religiosa e non laica ed inclusiva), dunque razzista. Anche perché in Israele ci sono atei (nasce, peraltro, come Stato laico) e individui di altre confessioni. Senza contare che è proprio l’antisemitismo a sostenere l’idea che gli ebrei siano corpi estranei alle Nazioni. È l’antisemitismo a sostenere che gli ebrei non siano cittadini, europei nel nostro caso, ma solamente israeliani. 

Non è una novità che l’antisemitismo auspichi un’Europa senza ebrei. In passato, per ottenere questo risultato, sono state pensate deportazioni di massa  o di favorire l’emigrazione degli ebrei fuori dall’Europa. Sotto questo punto di vista il disegno del governo di Benjamin Netanyahu incontra i più bassi tratti culturali europei: antisemitismo e razzismo. Soprattutto, vi è una comunione d’intenti con i politici di estrema destra e neofascisti europei che parlano di un’Europa cristiana. Come Netanyahu usano la religione non come una questione di fede, ma per il suo valore identitario e, quindi, di creazione di una comunità politica. 

È sufficiente prendere una cartina per vedere come il governo israeliano stia mettendo in atto soluzioni che suggeriscono quantomeno la volontà di una sostituzione etnica. I punti di distribuzione degli aiuti si trovano (3 su 4, e sì sono veramente così pochi) a sud della Striscia. Arrivarci non è semplice perché per arrivarci è necessario camminare sotto al sole ardente e alla polvere per ore, là dove la distribuzione dura circa 23 minuti (sotto gli spari) e l’avviso di apertura viene dato solamente un’ora prima. Come se ciò non bastasse le strade da percorrere sono le stesse utilizzate dall’IDF, l’esercito israeliano, e una volta arrivati si è comunque accanto a delle basi militari israeliane e senza le garanzie di imparzialità che garantiva il sistema di aiuti gestito dall’ONU che è stato, invece, attaccato e sostituito dal governo israeliano con la Gaza Humanitarian Foundation. Tutto questo è stato dimostrato da uno studio di Forensic Architetture della Goldsmith University di Londra fondata dall’anglo-israeliano Eyal Weizman. 

Quello messo in atto dal governo israeliano è anche un sistematico attacco contro la legittimità delle istituzioni, del diritto e dei trattati internazionali – che hanno garantito tutti questi anni di pace in Europa e che hanno evitato il deflagrare di un conflitto nucleare. È una condivisione d’intenti e di visioni, anche in questo caso, con Donald Trump e i politici di estrema destra europei, come Giorgia Meloni. Del resto, le azioni del governo israeliano hanno ottenuto anche l’effetto di avere dato nuova legittimità ai concetti di popolo e Nazione, là dove invece sarebbe necessario un pensiero che vada al di là di questi concetti, perché non esistono né popoli né Nazioni, ma solo un’umanità errante su questa terra. Non si tratterebbe di crimini contro l’umanità altrimenti. E come ci ricorda questo fondamentale volume, Questa terra è nostra da sempre. Israele e Palestina (2024) frutto delle ricerche accademiche del Professore di Storia del Vicino Oriente dell’Università di Pisa Arturo Marzano, “si può – e si deve – condannare contemporaneamente sia il 7 ottobre sia quanto è accaduto da allora in poi” anche perché “il conflitto non è caratterizzato da un “odio atavico”, i margini per una sua soluzione esistono. Basta non perdere la speranza.” 

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