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La ricerca scientifica non è più considerata un utile generale, capace di andare al di là degli utili personali. Essa viene avvertita sempre più spesso come una limitazione, come un fastidio da politici e fautori di teorie complottiste. Complice è anche la confusione tra fatti e realtà, ma anche il riemergere di fattori identitari e religiosi, così come l’assenza di una regolamentazione economica. Problematiche sofferte della ricerca scientifica, frammentata in micro aree disciplinari e sempre più spesso schiacciata su una dimensione tecnica che favorisce progetti che abbiano un riscontro economico che, però, non necessariamente apporta benefici al sapere. Soprattutto se, come in Italia, mancano tutele e prospettive ai ricercatori che, spesso, non sono considerati – anche da un punto di vista giuridico – lavoratori. In tal senso, la dignità della ricerca viene negata perché viene negata la dignità a cui dovrebbe avere diritto ogni ricercatore. È negata perché mancano le tutele, salari adeguati, orari di lavoro definiti, diritti, la possibilità di potere programmare una vita e di mettere soldi da parte, di non dovere usare il proprio denaro per acquistare il materiale necessario alla ricerca.

Crisi e resilienza degli Stati-Nazione  

Identità, da intendere come storia del paese e caratteri costitutivi dell’esistenza di un popolo, 

è diventato un termine chiave per comprendere gran parte dei dibattiti politici odierni, ma anche come molteplici identità – di genere, ad esempio – che rivendicano la propria specificità e che mettono in crisi l’assunto di un’unica narrazione, quella con cui lo Stato-Nazione si legittima, o che quantomeno rivendicano una narrazione di tipo differente, più inclusiva. Dibattiti conflittuali, originatisi con i mutamenti degli anni Cinquanta e Sessanta, che assumono spesso posizioni inconciliabili, tant’è che ci si riferisce ad essi con l’espressione di «guerra culturali»: il dibattito conflittuale su temi quali l’aborto, i matrimoni tra persone dello stesso sesso, i diritti delle donne, delle minoranze. 

Tutto ciò mette in luce i problemi irrisolti di un paese, le sue tensioni, le sue contraddizioni, le differenti visioni del passato nazionale. Una crisi di identità alimentata dalla diffusione di false notizie e per un diffuso sentimento di insicurezza legato a molteplici ambiti di crisi – come quella economica, legata alle spirali inflazionistiche, che porta con sé la sensazione che la mobilità sociale si sia inceppata – che i cittadini avvertono come fuori dal controllo dalla politica tradizionale. Gradualmente questo sentimento si è trasformato in sfiducia e delegittimazione dei sistemi democratici ritenuti inadeguati nell’individuare soluzioni che aiutino i cittadini; al contempo, le istituzioni sovranazionali, vengono accusate di elitarismo e di essere la causa delle limitazioni che restringerebbero i campi di azione degli Stati. Ciò ha alimentato un circolo vizioso di sfiducia: gli Stati, spesso per ragioni elettorali, sono diventati ancora più restii a cedere sovranità, impedendo alle organizzazioni sovranazionali di gestire questioni complesse per mancanza di poteri e legittimità. 

A questo senso di crisi hanno risposto movimenti come Make American Great Again e i partiti antieuropeisti in Europa proponendo un’identità e un’idea di cittadinanza estremamente esclusiva, spesso basata sullo ius sanguinis, sull’idea di una cultura e di un carattere nazionali e sul ritorno ad un passato (inesistente dal punto di vista storico, ma efficace dal punto di vista comunicativo) aureo e precedente a un periodo di corruzione originatosi quantomeno con le “degenerazioni” dei movimenti degli anni Sessanta, e più tacitamente su caratteristiche razziste e antisemite. Rispetto alla delegittimazione delle istituzioni propongono una ridefinizione degli assetti statali, riducendo il processo democratico alla legittimazione elettorale, ad una dimensione plebiscitaria che non è propria della dialettica democratica a cui difatti viene contrapposta la necessità securitaria e del populismo penale.

Scienza e crisi 

Al centro di questi aspri dibattiti è anche la scienza che con i suoi risultati può confutare le opinioni espresse da certi politici. È sufficiente menzionare la storiografia che con le sue ricerche sulla storia di un dato paese può mettere in discussione la narrazione presente in quello Stato-Nazione. La storiografia ha inoltre dimostrato come gli Stati-Nazione siano costrutti storici, comunità immaginate che hanno una loro origine relativamente recente, mettendo così in dubbio i concetti di identità nazionalistici. Al contempo, i risultati raggiunti dalla biologia non portano sempre alle stesse conclusioni dei politici che si oppongono ai diritti della comunità LGBQT+, così come le ricerche dei virologi sui vaccini dimostrano la necessaria utilità di questo strumento, mentre le scoperte in campo paleontologico contraddicono gli antievoluzionisti. Mentre le scienze politiche hanno la capacità di poter misurare il tasso di democratizzazione di un dato paese. 

Le università sono quindi potenziali centri di dissenso perché sono i luoghi della formazione del sapere; potenzialmente, però, possono essere una grande fonte di legittimazione per un regime politico, là dove i risultati della ricerca vengono pilotati, ridimensionati e/o incanalati verso una certa direzione. 

In Europa non assistiamo ancora ad attacchi alla ricerca come quelli che si stanno verificando negli Stati Uniti, dove emblematici sono i casi della Columbia University e dell’Università di Harvard, anche se esistono casi che possiamo definire come tentativi, più o meno andati a buon fine, di limitazione della libertà accademica e di ricerca. Sotto molti punti di vista la riduzione cui si assiste in molti paesi europei dei finanziamenti pubblici per la ricerca, favorendo l’ingresso dei privati nelle università mina la libertà accademica perché la subordina ad un utile che può essere politico e/o economico. Il principio dell’università, infatti, dovrebbe essere quello secondo cui nessuna ricerca è utile perché ogni ricerca è utile. Pertanto, è necessario garantire adeguati finanziamenti ad ogni branca della conoscenza, perché i singoli risultati delle ricerche vanno a comporre il sapere intellettuale. 

La scienza e il fattore religioso 

Il fattore religioso è divenuto una componente fondamentale del rinnovato fenomeno identitario-nazionale, al centro dei partiti euroscettici e di estrema destra europei e della Destra Religiosa negli Stati Uniti. La Christian Right è una fazione politica che si è sviluppata a partire dagli anni Settanta come reazione ai mutamenti degli anni Sessanta ed è composta da individui di confessione cristiana, in particolare evangelica, che tentano di influenzare la politica secondo una lettura tradizionalista delle Bibbia e conservatrice della società. La Destra Religiosa è divenuta un elemento centrale della compagine elettorale e governativa di Donald Trump anche perché riesce a mobilitare un elettorato non necessariamente credente o praticante utilizzando la religione come fattore identitario, come fenomeno culturale e di coesione sociale. Un fenomeno che gli studiosi definiscono come «cristianismo», una forma di nazionalismo che ha come collante l’appartenenza alla cristianità e che ritroviamo anche in Europa nei partiti euroscettici e di destra dove la religione viene utilizzata anche come richiamo a dei valori tradizionali capaci di mobilitare l’elettorato che cerca delle soluzioni al senso di crisi – economico, di identità e così via – che prova. 

All’interno di questo contesto è centrale il culto della tradizione e l’idea che vi siano delle verità – non necessariamente coerenti tra di loro – rivelate o comunque evidenti perché corrispondenti all’identità di appartenenza del soggetto o del suo gruppo sociale. Queste verità corrispondono al sapere, possono essere al massimo interpretate, ma non presuppongono la possibilità di un avanzamento della conoscenza: da un lato perché non può esservi sapere ulteriore; dall’altro perché la scienza si basa sulla critica che, sotto questo punto di vista, mette in questione con il suo atteggiamento scettico le verità. Pertanto, la cultura viene vista come qualcosa di sospetto a cui è preferibile l’azione e il culto dei progressi tecnici che non mettono in discussione le verità, ma apportano dei benefici materiali. Il risultato di questo processo è il rifiuto del disaccordo – fondamentale nell’ambito scientifico, dove si procede per ipotesi e per la possibilità di rivedere i propri risultati – e quindi una tendenza di tipo autoritario nella politica e nella società che spesso si innesta sul razzismo, l’omofobia e il maschilismo presenti nella società per timore della differenza.  

Scienza, post-verità e mutamenti epistemologici

Sotto questi punti di vista ciò a cui assistiamo sembra essere un regime di post-verità: la subordinazione della realtà alla politica e/o a tratti impressionistici, emotivi e personali, ma anche il tentativo di utilizzare la propria ideologia – o quel che si auspica come veritiero – per interpretare e influenzare gli eventi. La conseguenza di questo regime di post-verità la vediamo nel fenomeno dei grab-bag extremist che, negli Stati Uniti, sono gli autori della maggioranza degli atti di violenza politica. Pur agendo in solitaria, senza complici e al di fuori di organizzazioni strutturate, i grab-bag si differenziano dai “lupi solitari” del passato perché non possiedono un’ideologia precisa o un’ideologia relativamente coerente e perché adottano un approccio sincretistico. Ciò perché le opinioni dei grab-bag extremist rispecchiano la frammentazione dei discorsi online: la loro peculiarità è, infatti, l’approccio eterogeneo alle convinzioni e alle fonti amalgamate tra loro non necessariamente in maniera logica o coerente. 

Fenomeni come quelli descritti sono diventati di così ampie dimensioni, contribuendo ad erodere la legittimità della scienza, per il mutamento epistemologico introdotto dall’avvento delle tecnologie informatiche, di internet e dell’intelligenza artificiale che hanno trasformato radicalmente il modo in cui la conoscenza viene prodotta, diffusa, validata e interpretata. In particolare, i sistemi di validazione dei risultati come il peer review, volti ad evitare il predominio dell’opinione sui risultati della ricerca, vengono soppiantati dagli algoritmi che determinano la rilevanza di un’opinione o la sua utilità basandosi però spesso su pregiudizi, luoghi comuni o comunque di idee che non necessariamente tutelano le minoranze e che sono frutto della strutturazione di una forma di sapere fondata sulla raccolta di informazioni differenti o sulla ricerca. Sotto questo punto di vista, il mutamento epistemologico riguarda anche l’affermazione di una verità come strettamente dipendente dal soggetto, la cui opinione viene essenzialmente ritenuta vera a posteriori. Ciò si è intrecciato con la possibilità di produrre e diffondere con proporzioni senza precedenti false notizie e propaganda, contribuendo ad alimentare un contesto in cui “tutto sembra essere vero e tutto sembra essere falso”. 

Nel 1920 il giornalista e politologo Walter Lippmann constatava nel volume Liberty and the News come suoi contemporanei si domandassero «se il governo per consenso possa sopravvivere a un’epoca dove la fabbricazione del consenso è un’impresa privata non regolata», concludendo che «la crisi attuale della democrazia occidentale è una crisi del giornalismo» a causa della confusione crescente tra fatti ed opinioni a causa della propaganda. Oltre un secolo dopo le riflessioni di Lippmann ci troviamo di fronte a fenomeni simili, ma amplificati dall’avvento di internet, delle tecnologie informatiche e dei social e di tendenze al monopolio – e in parte oligarchiche – sempre più marcate, soprattutto negli Stati Uniti. Si apre così una questione complessa, che chiama in causa il regime di verità e quindi la legittimità della ricerca. Una questione complessa perché intreccia l’ambito di impresa economico-finanziaria con i margini di azione dello Stato – che dovrebbero essere sostituiti, per essere efficaci, da una governance macroregionale, come nel caso dell’UE, e globale creando un governo mondiale –  e la diffusione di false notizie e di propaganda. 

Una storia lunga

A quanto abbiamo scritto è necessario aggiungere un processo di medio-lungo periodo. La diffusione di false notizie, così come la post verità e le teorie del complotto, non sono infatti una novità recente. Già sotto questo punto di vista la scienza è da diverso tempo al centro di un dibattito conflittuale sulla sua legittimità. Un dibattito che spesso coinvolge anche il laicismo e il ruolo dello Stato e della società e che possiamo definire come moderno, perché nasce e si sviluppa con l’affermazione degli Stati-Nazione e la diffusione dell’idea di razionalismo tra Cinquecento e Seicento. A ciò si affianca la possibilità di piegare il metodo scientifico – o utilizzarne di alternativi – per ottenere dei risultati che contraddicono quelli accettati dalla comunità scientifica. 

Intorno al 1904 l’ex candidato alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 1896 per il Partito democratico, William Jennings Bryan, iniziò ad esprimere pubblicamente e con la pubblicazione di alcuni pamphlets le sue preoccupazioni per il diffondersi delle teorie evoluzionistiche. I suoi appelli contribuirono alla nascita, nel 1919, della World Christian Foundamentals Association che riteneva che le Scritture e la verità eterna fossero meglio comprensibili e dimostrabili grazie alla scienza. Il ragionamento contro l’evoluzionismo di Bryan, comunque, era quanto meno logico: sosteneva, infatti, che l’evoluzionismo amplificasse le differenze di classe promuovendo un vangelo d’odio secondo cui il più forte sarebbe sopravvissuto. Calando tali presupposti nel loro contesto storico, esse sono una critica non solo al darwinismo sociale, ma anche a dei cambiamenti che stavano effettivamente investendo la società statunitense. Dal punto di vista dell’argomentazione di Bryan il darwinismo era una minaccia a tutto il sistema morale e sociale che ruotava intorno al Vangelo di Cristo e, pertanto, era anche uno scontro sul significato della storia (la sua direzione, che cosa il futuro dovesse essere) che si inserisce nel più ampio e moderno dibattito su Chiesa, storia/scienza e Stato.

Come può la scienza rispondere a sollecitazioni di questo tipo che sono parte di un fenomeno di media-lunga durata?

È necessario innanzitutto porsi la questione della legittimità della scienza e della ricerca in maniera globale (cioè senza rimanere confinati nel proprio ambito di ricerca), affrontando un’indagine sulle condizioni a priori delle modalità di costruzione del sapere e della conoscenza, sui loro confini, sul metodo scientifico. Con questa indagine si potrà ristabilire la corretta differenza tra fatti ed opinione, rispondendo così agli attacchi alla legittimità della scienza. Al contempo, eviterà che la ricerca si stacchi dalla società o che soprattutto diventi serva di un’utile e, sotto questo punto di vista, schiacciata sull’aspetto tecnico. Già nel 1963 la filosofa Hannah Arendt metteva in guardia dall’eccessivo specialismo della scienza nell’articolo The Conquest of Space and the Stature of Man, sottolineando come esso fosse una conseguenza del predominio tecnologico. L’assenza di una riflessione, in questo ragionamento, sulle condizioni a priori fa sì che gli uomini possano fare, attraverso i progressi tecnici, ciò che non riescono a comprendere e ad agire nella natura innescando processi irreversibili che senza l’uomo non si sarebbero verificati. È il problema dell’assenza del limite che si accompagna ad una dislocazione del senso della realtà in maniera esterna, come se si osservasse la terra dall’esterno, oppure sempre in maniera egocentrata. Al contempo, l’uomo si trova sempre più circondato dai prodotti della tecnologia che hanno assunto una posizione paragonabile a quella della conchiglia della lumaca: una simbiosi che comporta una visione della tecnologia – frutto anche di una visione della storia presentistica, conseguente all’idea di progresso  e di fine della storia – come dato biologico. Ragioni per cui un lavoro globale di indagine delle condizioni e dei limiti della ricerca è necessario. 

La crisi della scienza ci ricorda che la ricerca è al servizio della società e che da essa, dal suo benessere e dalla libertà, dipende. È anche per questo che la crisi delle democrazie è un problema che coinvolge direttamente la ricerca e la scienza, perché senza un ambiente libero e democratico non potremmo continuare a fare ricerca. Non dimentichiamoci, inoltre, che con il nostro sapere possiamo contribuire all’individuazione di soluzioni volte a risolvere i molteplici ambiti di crisi. Ecco perché, come scienziati e ricercatori, siamo chiamati oggi ad agire. 

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