È ancora presto per analizzare nel dettaglio l’attacco avvenuto stanotte a Caracas, capitale del Venezuela, da parte degli Stati Uniti. Un attacco che ha comportato l’esfiltrazione di Nicolas Maduro, presidente venezuelano, e di sua moglie con la successiva dichiarazione che saranno giudicati negli Stati Uniti per terrorismo e traffico internazionale di droga – là dove dovrebbero, nel caso, essere dei tribunali internazionali a compiere l’iter giudiziario. Il tutto sembra – per ora – senza un preciso piano per la successione, anche se si può intuire che Trump vorrà facilitare l’insediamento María Corina Machado, una delle leader dell’opposizione a Maduro in esilio all’estero, vincitrice nel 2025 del Nobel per la pace – un premio che potrebbe avere influenzato Trump nelle sue azioni militari nei confronti del Venezuela. Machado aveva più volte chiesto un intervento statunitense per rovesciare Maduro ma non è l’unica leader dell’opposizione. Pertanto, non è chiaro se sarà lei a guidare il paese e su quale base gli Stati Uniti – Trump è vicino a Machado e ha mostrato più volte di apprezzarla – decideranno di appoggiare lei anziché qualcun altro. Non è una domanda irrilevante: quando si attacca un paese per provocare un regime change è necessario avere un piano per limitare le violenze che potrebbero seguirne, soprattutto in uno Stato militarizzato come il Venezuela, dove l’esercito è strettamente legato e controllato da Maduro.
Da quanto detto, comunque, è possibile sviluppare una prima analisi o quantomeno provare a contestualizzare.
Innanzitutto, l’accusa al Venezuela di essere l’hub dello smercio di droga negli Stati Uniti non regge ed è stata smentita da diversi studiosi e osservatori – piuttosto, la droga che da lì parte arriva in Europa. Non meno importante le modalità di azione: bombardamenti notturni senza avvertimenti né dichiarazioni di guerra, senza un mandato internazionale né approvazione del Congresso (necessaria per compiere azioni di guerra all’estero), senza coordinamento con gli alleati (per quel che ne sappiamo ora). Insomma, l’attacco di stanotte è avvenuto al di fuori di ogni perimetro delle leggi internazionali, in continuità con la delegittimazione verso il diritto e le istituzioni sovranazionali portato avanti da Trump in questi anni. Del resto, dubbi sulla legittimità degli attacchi compiuti verso presunte imbarcazioni di narcotrafficanti (più probabilmente, pescatori) erano emersi anche tra le file dei militari statunitensi, portando alle dimissioni dell’ammiraglio Alvin Holsey a dicembre.
Si tratta, quindi di un insieme di azioni illegali che hanno due ordini di motivazioni. Di politica interna: Trump va male nei sondaggi, anche a fronte di una scarsa ripresa economica, è incalzato sul caso Epstein, alle elezioni di mid-term i repubblicani non sono andati benissimo, quindi attaccare servirebbe a spostare l’attenzione dell’elettorato e a serrare le fila dei propri elettori. E di visione internazionale: minare la legittimità del diritto internazionale e delle istituzioni internazionali – per capirci, sarebbe un po’ come se in Italia il governo decidesse di non rispettare più lo stato di diritto – in favore di una visione del mondo come di un gioco a somma zero in cui si confrontano i più forti e determinati.
Chi verrà scelto da Trump dovrà, con tutta probabilità, pagare un prezzo. Come abbiamo visto con l’Ucraina, infatti, Trump e la sua famiglia non disgiungono gli affari dalla politica, arrivando a veri e propri ricatti nei confronti dei leader con cui interloquiscono volti ad ottenere il controllo e lo sfruttamento delle risorse presenti – nel caso del Venezuela, il petrolio. Affari e corsa all’accaparramento di risorse, dunque, là dove il secondo fattore è concomitante al confronto con la Cina – anche lei occupata in questa attività – e all’idea che gli Stati Uniti possano riacquisire un’indipendenza perduta proprio a causa del diritto e delle istituzioni internazionali – e in questo modo tornare grandi, nonostante proprio quell’interdipendenza abbia favorito lo sviluppo della loro economia e la preminenza del dollaro coma valuta internazionale. I mutamenti internazionali e azioni come questa – che se compiute dalla più importante potenza mondiale creano un precedente legittimante – possono portare anche a conseguenze imprevedibili, sicuramente ad una maggiore instabilità e al rischio che altri conflitti deflagrino. Del resto, l’operazione in Venezuela potrebbe essere congeniale ad un’operazione nei confronti di Cuba, nei confronti della quale il Segretario di Stato Marco Rubio vorrebbe azioni più incisive. Il che, a sua volta, aprirebbe a mutamenti negli equilibri caraibici e allo scattare delle tessere di alleanze che, se non necessariamente volte ad un conflitto armato, aggraverebbero la già difficile situazione economica globale, aumentando il rischio di esplosione della bolla del debito – alleanze che non si limitano alle Americhe, ma che passano anche dalla Cina e al nodo di Taiwan.
In mezzo a tutto questo c’è un grande convitato: il ritorno ad una visione ottocentesca del mondo e del ruolo statunitense da parte di Donald Trump che sin dal secondo insediamento ha elogiato presidenti come William McKinley – durante la quale presidenza venne combattuta la guerra ispano-americana del 1898 terminata con l’acquisizione dei territori da parte di Washington di Filippine, Porto Rico, Guam – riesumando la Dottrina Monroe del 1823, secondo cui l’emisfero occidentale sarebbe di competenza esclusiva statunitense, a cui nello scorso dicembre Trump ha voluto aggiungere un corollario volto a ribadire il primato di Washington sulla regione.
È all’interno di questo contesto che va collocato l’attacco e l’esfiltrazione di Maduro e sua moglie da parte degli Stati Uniti di Donald Trump.
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Cofondatore de L’Eclettico, ricercatore post-doc e giornalista freelance. Mi occupo di storia degli Stati Uniti e relazioni internazionali, soprattutto tra USA, Francia e Italia. Sono esperto di Woody Guthrie, folk e politica americana, conflitti e militarizzazione della polizia, propaganda e diplomazia culturale. Sempre con lo zaino in spalla, non ho vissuto sempre dove vivo adesso, ma ho sempre avuto la mia chitarra e la letteratura al mio fianco. Ho fatto una scelta di parte, quella di cui canta Springsteen in “The Ghosts of Tom Joad”.