Gli Inaugural Address, i discorsi pronunciati dai presidenti al momento del loro insediamento poco dopo il giuramento, sono solitamente occasioni in cui il nuovo inquilino della Casa Bianca cerca di unire le varie anime del paese, anche chi non l’ha votato, con un messaggio di conciliazione. È il principio di una democrazia – soprattutto se procedurale come quella statunitense, una democrazia cioè che ritiene di realizzarsi nelle procedure e nelle consuetudini che la normano e la regolano – che terminate le elezioni viene riconosciuta la legittimità dell’avversario politico, promettendo di essere un presidente per tutti i cittadini. 

Nell’Inaugural Speech pronunciato ieri da Donald Trump non è successo niente di tutto questo. Anzi, il presidente ha sottolineato come la sua elezione sia una frattura, una sorta di evento spartiacque tra un prima, che ha corrotto e tradito il sogno americano e le sue promesse, e un dopo incarnato dalla sua presidenza che ricongiungerà l’America con le sue aspirazioni e il suo destino. 

“La nostra recente elezione”, afferma Trump come se fosse ad un comizio elettorale, “è un mandato per invertire completamente e totalmente un orribile tradimento, e tutti quei tanti tradimenti che hanno avuto luogo, per ridare al popolo la fede, il benessere, la democrazia e la libertà. Da questo momento il declino dell’America è finito.”

Nel suo discorso Trump ha confermato che la sua elezione non ha fatto rientrare le faglie che lacerano il tessuto statunitense, piuttosto le ha alimentate. Un’America divisa, quindi, che si ritrova nella decisione di Joe Biden, poco prima di lasciare la Casa Bianca, di dare il perdono presidenziale in maniera preventiva a tutti coloro che sarebbero potuti essere perseguiti da Trump una volta eletto presidente. Tra di loro vi è anche chi ha indagato sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio, quel giorno che Trump ha definito «a day of love» tant’è che tra i primi ordini esecutivi firmati dal neoeletto presidente vi è il perdono per circa milleseicento individui che hanno partecipato all’assalto al Campidoglio, compresi i fondatori di due delle milizie più importanti degli Stati Uniti. Del resto, Trump lo ha ribadito anche nel suo discorso: tutte le indagini nei confronti del 6 gennaio e nei suoi confronti altro non sarebbero che una persecuzione giudiziaria a fini politici, per bloccare la volontà popolare da lui incarnata. 

Per quanto il linguaggio di Trump ieri sera sia stato scomposto e persino caricaturale – come quando ha affermato «drill, baby, drill» riferendosi alla liberalizzazione delle perforazioni – la scelta del lessico è un segnale ulteriore del nazionalismo che la sua amministrazione intende promuovere. Trump ha fatto ampio ricorso al termine «America» che, nel linguaggio politico statunitense, si riferisce alla dimensione del sogno, della proiezione mitica, di progetto di vita che intreccia il destino della Nazione con quello del singolo. La peculiarità che «America» assume nel discorso trumpiano è data dalla sua dimensione sciovinista incarnata non solo da quella frattura di cui si diceva, ma anche dalla contrapposizione tra un noi e un loro. Tra un Trump incarnazione di una verità e della volontà popolare rispetto a chi è un-american, alieno alla nazione, vale a dire Biden –  mai menzionato per nome durante il discorso – e i suoi supporter che avrebbero promosso identità incompatibili con l’essenza americana e che avrebbero bloccato la realizzazione dell’American Dream. Va letta sotto questa lente l’approvazione del decreto che istituisce due soli generi, uomo e donna, riconosciuti dallo Stato federale. Un decreto annunciato nello speech da Trump quando ha affermato che avrebbe posto fine alle politiche federali di inclusione e di protezione rispetto alle discriminazioni di razza e genere al fine di creare una società «basata sul merito». Affermazioni, quelle del presidente, che negano la presenza di una questione razziale e di genere strutturalmente presenti nella società statunitense – e non solo – e che in questo modo affermano implicitamente una dimensione machista e suprematista cara a una parte consistente dell’elettorato trumpiano

Il patriottismo di Trump va poi declinato all’interno di una cornice religiosa afferente alla Christian Right, una fazione politica nata alla fine degli anni Settanta e composta da individui di confessione cristiana, in particolare evangelica (dunque protestante), che tentano di influenzare la politica statunitense secondo una lettura tradizionalista delle Bibbia e conservatrice della società. La destra religiosa è una parte fondamentale dell’elettorato trumpiano sin dalla sua prima elezione e la sua rilevanza in questo secondo mandato la si è vista sin da subito, con la preghiera pronunciata dal predicatore Franklin Graham prima del giuramento, una preghiera dai toni crociati e che ha dipinto Trump come una sorte di messia che avrebbe ricondotto gli Stati Uniti nel giusto cammino. La visione di un’America basata su due generi e, dunque, sul matrimonio è una visione cara alla Christian Right, ma anche all’elettorato che non necessariamente è credente o praticante. Il successo del fattore religioso nella politica statunitense, nonostante la maggioranza degli americani si professi poco religiosa o non credente, lo si spiega col fatto che esso riguarda un fattore culturale e di coesione sociale. Un fenomeno che gli studiosi definiscono come «cristianismo», una forma di nazionalismo che ha come collante l’appartenenza alla cristianità e che si innesta, come forma di reazione, nelle culture wars – il dibattito conflittuale su temi quali l’aborto, i matrimoni tra persone dello stesso sesso, i diritti delle donne, delle minoranze e degli afroamericani. Pertanto, un politico o un partito che si richiama a dei valori rurali e al credo cristiano risulta capace di mobilitare l’elettorato. 

Religione che torna nella lettura data da Trump sull’attentato che ha subito a luglio. Nel suo discorso di ieri sera Trump ha affermato che «qualcuno ha provato a fermare la nostra causa», ma che «se la mia vita è stata salvata è per una ragione. Sono stato salvato da Dio per rendere nuovamente grande l’America». È questo un passaggio chiave del discorso di Donald Trump perché consente di comprendere la natura autoritaria della sua visione. Quando Trump afferma che «siamo un popolo, una famiglia» non lo fa con un intento di unione che tenga di conto le differenti posizioni politiche, ma come abbiamo visto all’interno di una cornice che nega la legittimità alle posizioni contrarie alle sue. In questo modo Trump afferma di essere espressione della volontà popolare, una volontà che non può che essere una perché corrispondente ad un Destino Manifesto messo a disposizione dalla Provvidenza affinché gli Stati Uniti realizzino la propria promessa. Detto in altri termini: il popolo è uno, non contiene divisioni e la sua volontà è incarnata da un leader, Trump, che è espressione anche della volontà divina. Una visione che riduce la democrazia ad una dimensione plebiscitaria, quella per l’elezione del suo leader, e che spiega in parte l’enfasi posta da Trump su una vittoria a suo dire storica, ma che di storico ho solamente il suo contrario. La sua vittoria, infatti, è stata netta ma modesta: ha vinto di 1,4 punti percentuali (49,7% contro 48,3%), là dove qualsiasi altro presidente prima di lui dal 1968 ha raggiunto percentuali di vittoria maggiori, compresa la sua prima elezione nel 2016. 

Destino Manifesto è un’espressione chiave del nazionalismo ottocentesco statunitense, coniata nel 1839 dal giornalista John O’Sullivan per sostenere la necessità – e giustificarla – dell’espansione territoriale statunitense verso Ovest, espansione che non avrebbe dovuto fermarsi perché avrebbe rispecchiato un destino conferito agli Stati Uniti dalla divina provvidenza. Trump ha ripreso il mito della frontiera, sostenendo l’esistenza di uno «spirito» intrinseco al popolo americano che renderebbe l’America la «nazione più ambiziosa di qualunque altra». La dimostrazione sarebbe nel lavoro iniziato dai pionieri e portato avanti dalle generazioni successive con cui la natura presente negli Stati Uniti sarebbe stata da loro domata creando così abbondanza. Un passaggio spesso utilizzato nel contesto politico statunitense tra i fautori della deregolamentazione climatica e che infatti crea una cornice per spiegare la scelta di uscire dagli accordi sul clima di Parigi, oppure per il via libera per le nuove trivellazioni di gas e petrolio

La frontiera e il destino manifesto sono solamente alcuni dei grotteschi usi strumentali della storia da parte di Trump, tesi a giustificare una visione neoimperiale. Vanno letti sotto questa lente le affermazioni di espansione territoriale con la decisione di riprendere il controllo del canale di Panama per sottrarlo alla Cina che se ne sarebbe impossessata, la scelta di rinominare il Golfo del Messico «Golfo d’America» e quella di riattribuire il nome di McKinley al monte Denali, la vetta più alta degli Stati Uniti. Fu Barack Obama che decise nel 2015 di ripristinare il toponimo originario del monte, quello assegnatogli dai Nativi, sostituito in maniera informale dal 1896 – e formalmente dal 1917 – con il cognome del venticinquesimo presidente degli Stati Uniti. La scelta di Trump di rinominare il monte è una scelta che parla di un’America bianca e coloniale, perché nega la specificità della storia dei Nativi Americani a differenza di Biden che poco prima della fine del suo mandato ha concesso la grazia a Leonard Peltier, uno dei leader politici dei Native Americans condannato all’ergastolo negli anni Settanta su basi fortemente viziate dai pregiudizi razziali. Una scelta, quella di Trump, elogiativa dell’azione imperialista del presidente William McKinley sotto di cui venne combattuta la guerra ispano-americana del 1898 con cui Washington prese il controllo su Cuba, Porto Rico, Guam e le Filippine. È curioso notare come McKinley sia stato eletto nel 1896 con un programma politico che parlava molto dell’America delle grandi città e dei capitali, quella di cui è del resto espressione Trump per quanto i tempi siano profondamente mutati, e che lo contrapponeva al candidato democratico William Jennings Bryan, fautore della difesa di un’America rurale e vicino a posizioni religiose conservatrici e anti-evoluzioniste che, di nuovo con le dovute differenze, avrebbero parlato maggiormente ad una buona parte dell’elettorato trumpiano

A McKinley Trump ha affiancato un altro presidente, Theodore Roosevelt autore del corollario alla dottrina Monroe a cui la presidenza di Barack Obama “rinunciò” nel 2013, ma che Trump vuole probabilmente riproporre. Corollario secondo il quale nelle Americhe il ruolo di “polizia internazionale” sarebbe spettato agli Stati Uniti in quanto nazione civilizzata e superiore – e che “giustifica” la necessità, secondo Trump, di riprendere il controllo del canale di Panama. Sotto questo punto di vista, il nazionalismo trumpiano è un nazionalismo che ripiega gli Stati Uniti su una dimensione meno internazionale e più domestica, di difesa della terra e dei confini, termini chiave del nazionalismo moderno, declinati nell’avversione nei confronti dei messicani con cui va letta la decisione di invocare l’emergenza nazionale al confine con il Messico. Stato, quest’ultimo, con cui Washington combatté una sanguinosa guerra tra il 1846 e il 1848 conclusasi con il trattato di Guadalupe-Idalgo con cui vennero sanciti grosso modo gli attuali confini meridionali statunitensi – il Messico cedette agli USA gli attuali Colorado, Arizona, New Mexico, Wyoming e la parte meridionale della California, del Nevada e dello Utah, il Texas si era proclamato indipendente dal Messico nel 1836 e dal 1845 era entrato negli Stati Uniti – e che tanto ci spiega del nazionalismo razzista statunitense nei confronti dei messicani.  

Gli americani sarebbero «innovatori, imprenditori, pionieri» ci dice Trump strizzando l’occhio a Elon Musk e agli esponenti di quella che Joe Biden ha definito una oligarchia, i giganti del tech dei social presenti all’inaugurazione come Jeff Bezos e Mark Zuckerberg.  La storia è di nuovo tirata per la giacchetta, questa volta per estendere la frontiera allo spazio, con la conquista di Marte e i progetti spaziali tanto voluti da Elon Musk. L’estensione della frontiera all’universo era stata già lanciata dal presidente John F. Kennedy con il famoso discorso alla Rice University nel 1962, quando lanciò lo slogan «we choose to go to the Moon». Ieri sera, alla Capitol Arena, Elon Musk ha affermato che l’elezione di Trump è un segnale positivo per il «futuro della civilizzazione», una civilizzazione che dovrà andare su Marte perché «riuscite ad immaginare quanto grandioso («awesome») sia vedere degli astronauti americani piantare la bandiera americana in un altro pianeta?». La nuova corsa allo spazio si riduce a questo, alla grandiosità che rispecchia la megalomania dell’uomo più ricco – e forse più potente – del mondo. 

Le parole di Elon Musk sono parole dorate, luccicanti, che sono in linea con quanto affermato da Trump all’inizio del suo discorso inaugurale, quando ha affermato che «l’età dell’oro («golden age») dell’America inizia adesso». Una golden age che richiama la Gilded Age, espressione coniata dagli scrittori Mark Twain e Charles D. Warner in un romanzo del 1873 e che è poi diventata di uso comune per designare il periodo storico compreso tra gli anni Settanta dell’Ottocento e il 1900 come un periodo superficiale, pretenzioso e corrotto. Del resto, il passo da golden a gilded è breve, soprattutto se ci si autoproclama fautori di una nuova epoca dorata. 

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