Il governo del Primo ministro François Bayrou ieri non ha retto la prova del voto di fiducia ed è caduto dopo solo nove mesi dall’inizio del suo mandato. A votare per la sfiducia sono stati il Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen e un gruppo di parlamentari di sinistra ed estrema sinistra. 

Bayrou è il quarto Primo ministro a dimettersi in venti mesi. Segno, questo, di un evidente affaticamento della democrazia francese e, soprattutto, della debolezza del Presidente della Repubblica Emmanuel Macron. La situazione politica è talmente paralizzata che quella che un tempo poteva essere solamente una vaga idea che circolava nei corridoi viene oggi apertamente dibattuta: le dimissioni di Macron che in massimo trentacinque giorni porterebbero a nuove elezioni. 

Ma la testa di Macron risolverebbe realmente i problemi che affliggono la République

La domanda è più complessa di quel che potrebbe sembrare. Le radici dell’instabilità e della polarizzazione che attraversa la società francese vengono da lontano – ne avevamo parlato qui – ma effettivamente Macron è riuscito ad acuire le tensioni. Basta pensare ai malcontenti e agli strascichi, che perdurano tutt’oggi, per la gestione delle proteste dei gilet jaunes o delle proteste per la riforma delle pensioni, con il ricorso all’articolo 49.3 con cui il governo è passato sopra al dibattito parlamentare. Una situazione di stallo, in cui non sembra più possibile dialogare ed in cui la linea di Macron, anziché cercare un dialogo e di raffreddare quella che è a tutti gli effetti una crisi nella democrazia, è stata quella di imporre le proprie scelte, al di là della dialettica col parlamento. 

Elezioni anticipate per il Presidente della Repubblica non è detto che risolvano il problema che ha fatto cadere Bayrou: la crisi del debito. Per evitare la sua continua espansione Bayrou aveva proposto politiche di austerity che andavano a tagliare il welfare– nonostante già ci siano stati tagli e proprio questi abbiano portato al malcontento delle provincie, dove si parla di desertificazione dei servizi e l’eliminazione di due feste Nazionali, il lunedì di Pasqua e l’8 maggio, quando si festeggia la fine della Seconda guerra mondiale e la liberazione dal nazismo. 

È anche per questi motivi che al momento le elezioni presidenziali non sembrano essere paventabili dalle forze politiche. Soprattutto per Marine Le Pen e per il suo partito che da questa situazione hanno tutto da guadagnare. È una situazione, questa in cui si trovano i lepenisti, che sembra ricordare quella che ha avvantaggiato Giorgia Meloni prima che arrivasse a guidare il governo.

Tra i molti che vorrebbero arrivare a Matigon è anche la sinistra, assieme ai Verdi. Essi reclamano un posto che gli spetta per i risultati delle elezioni dell’anno scorso, quando il Nouveau Front Populaire (NFP), il raggruppamento delle forze di sinistra, tra cui anche la France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, vinse la competizione elettorale, pur senza ottenere la maggioranza netta. In quell’occasione Macron scelse di nominare Michel Barnier, adottando una lettura estensiva dei poteri presidenziali – e in tal senso cercando di ampliarli, ne parlammo qui  – che contribuì ad esacerbare le tensioni, anche perché in questo modo si negava la legittimità politica alla coalizione maggioritaria e al programma politico della sinistra. 

Ad oggi il NFP si è sciolto, ne sono usciti gli insoumise, ma un governo di centro-sinistra può ancora essere possibile. Ma sarebbe favorevole alla sinistra? Andare al governo in questo momento, un anno dopo le elezioni e senza quella coalizione, con la scure del debito e dei tagli che dovranno essere fatti (peraltro, poco compatibili con il programma della sinistra) rischia infatti di indebolire la sinistra. Per di più il governo non potrà probabilmente contare sull’appoggio di Melenchon che ha chiesto nuove elezioni presidenziali. Pertanto, il governo di centro-sinistra si troverebbe ad adottare nuovamente una soluzione all’italiana: o un patto di governo o l’appoggio esterno, da negoziare ogni volta e che espone politicamente perché non garantisce stabilità, di Melenchon o del centro-destra più moderato e dei macronisti. C’è da perdere in ogni caso: in termini di esposizione e in termini politici, anche per chi sceglierà di sostenere il nuovo governo.

A trarre trae vantaggio da questa situazione caotica e apparentemente senza via di uscita è Marine Le PenCome Giorgia Meloni a suo tempo Le Pen evita di esporsi con responsabilità governative. Come Meloni Le Pen critica dall’esterno, attendendo il momento in cui i vari partiti si saranno indeboliti perché si saranno esposti. A quel punto non rimarrà che il suo partito. Del resto, i sondaggi lo danno già in testa. In questo modo RN potrà presentarsi come l’unico partito capace di dare voce ai bisogni dei francesi, magari anche sostenendo l’idea che proprio per questo motivo fino ad ora gli è stato negato il governo, sfruttando la condanna – che in questo momento impedisce a Le Pen di candidarsi alla presidenza, salvo vincere il ricorso – alla leader del RN per appropriazione indebita di fondi pubblici. In questo modo RN potrà erigersi al partito dell’ordine e della stabilità -magari accentuandone i caratteri di emergenza ed eccezionalità – sfruttando e rafforzando la tendenza già in atto allo spostamento verso l’estrema destra del centro-destra francese.

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