Con molta probabilità il risultato delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti del 4 novembre non sarà una vittoria netta ma giocata sul filo del rasoio. Nei sondaggi, anche dopo il ritiro di Joe Biden, l’oscillazione è rimasta minima a causa della bassa mobilità di opinioni e, quindi, di voto a causa dell’estrema polarizzazione dell’elettorato. Tutto, quindi, si giocherà sulla capacità dei due candidati, Donald Trump per il Partito repubblicano e Kamala Harris per quello democratico, di mobilitare i loro elettori e gli indecisi. Soprattutto nei cosiddetti Swing States: stati ballerini e contendibili dai candidati presidenti a differenza di altri per cui si da per scontata (o quasi) la vittoria repubblicana o democraticaProviamo a vedere più da vicino come funziona l’elezione del Presidente e che cosa sono gli Swing States.

L’elezione del presidente degli Stati Uniti è, per certi aspetti, più complessa di quel che siamo abituati a credere. Contrariamente a quel che sarebbe intuibile, ogni stato ha le sue leggi che regolamentano il sistema elettorale – anche se sono previste tutele e regole di tipo federale – motivo per cui in certi stati il voto postale è consentito e in altri no. Per votare è necessario registrarsi come elettori democratici, repubblicani o indipendenti, anche se chiaramente nel segreto dell’urna ognuno vota chi vuole. Gli elettori eleggono i grandi elettori i quali, in base al loro schieramento, eleggono il presidente degli Stati Uniti

Il numero di grandi elettori è di 538, pari alla somma dei senatori e di deputati di ogni stato, cui si aggiungono i tre rappresentanti del District of Columbia, la sede di Washington D.C. Il numero di grandi elettori che ogni stato ha a disposizione dipende dalla somma di senatori (due per ogni stato) e di rappresentanti alla Camera, il cui numero è proporzionale alla popolazione dello Stato. Quarantotto stati su Cinquanta adottano il meccanismo del winner-take-all secondo cui al candidato vincitore vengono assegnati tutti i grandi elettori dello stato. Solamente Nebraska e Maine hanno un sistema diverso: due grandi elettori vengono assegnati a chi vince lo Stato e i restanti a chi prevale nei collegi usati per l’elezione alla Camera (tre per il Nebraska e due per il Maine). 

Si tratta di un sistema per certi aspetti anacronistico e che presenta alcuni problemi come la minority ruleQuesta si verifica quando l’elezione del Presidente è determinata dal voto di alcuni stati chiave, come gli Swing States, anche se la maggioranza dei votanti negli altri stati ha votato per un candidato diverso. Del resto, per essere eletti è necessaria la maggioranza dei grandi elettori e non del voto popolare – ragione per cui molti criticano questo sistema – come accadde nel 2000, quando venne eletto il repubblicano George W. Bush a discapito dello sfidante Al Gore, e nel 2016, l’elezione in cui a trionfare nel voto popolare fu Hillary Clinton ma a vincere i grandi elettori fu Donald Trump. Risulta evidente che in questo modo gli elettori di stati meno popolosi hanno un potere maggiore rispetto agli elettori di stati maggiormente popolosi. I grandi elettori sono distribuiti infatti solo in parte in maniera proporzionale alla popolazione, perché a prescindere dalla popolazione ogni stato ha diritto a due senatori. Uno stato come il Wyoming, poco popoloso, ha tre grandi elettori dati da un rappresentante e due senatori. Uno stato come la California, stato molto popoloso, ha cinquantacinque grandi elettori pari a cinquantatré rappresentanti più due senatori. Nel caso del Wyoming un grande elettore rappresenta meno persone e, quindi, il voto dell’elettore ha un peso maggiore nel decidere i grandi elettori rispetto ad uno stato più popoloso. 

Il sistema che abbiamo descritto ci aiuta a comprendere l’importanza dei sette Swing States che possiamo dividere in tre macro aree: Midwest (Wisconsin, Michigan e Pennsylvania); Sud-Ovest (Arizona e Nevada); una parte del Sud (North Carolina e Georgia). 

Per quanto non si debba pensare che i sette Swing States siano sovrapponibili, essi condividono comunque alcuni tratti che riflettono la polarizzazione nazionale. In particolare, il cleavage tra densità abitativa e concentrazione delle persone. Nei sette Swing States, infatti, la divisione tra grandi agglomerati metropolitani e suburbia rispetto alle aree ex-urbane e rurali – desertiche e montane nel caso di Arizona e Nevada – è infatti molto ampio dove le prime votano per i democratici e le seconde per i repubblicani. Per fare un esempio, in Arizona più del 60% è concentrato nella contea di Maricopa, dove si trova anche Phoenix. Tale contea è diventata negli ultimi anni a trazione democratica, mentre nelle aree non urbane dello stato si tende a votare repubblicano. 

Vi sono poi altri tre indicatori da tenere di conto che sono: istruzione, razza e genere – mentre invece reddito e occupazione non sono così rilevanti come si pensa. Gli elettori di Trump sono soprattutto maschi, bianchi e con livelli di istruzione bassi – chi non ha un titolo secondario come quello del college rappresenta circa un quinto della popolazione statunitense. Trump vince, inoltre, anche tra i redditi mediani che, assieme a quelli bassi, sono quelli che negli ultimi quaranta anni hanno consumato più debito e i cui redditi sono rimasti maggiormente stagnanti e penalizzati dalle politiche pubbliche e fiscali perché poco colpiti da fiscalità progressiva e molto da quella regressiva. Kamala Harris, invece, ha dalla sua l’elettorato femminile – che si conferma così uno dei punti forti del Partito democratico dall’elezione di Barack Obama. L’anello debole della catena per la candidata democratica è rappresentato dagli uomini Black Americans – e non a caso anche Obama ha speso parole per portarli al voto. Questi elettori non votano generalmente per Trump, anzi molti di loro non lo considerano un bene per il paese. Piuttosto, il rischio è che non vadano a votare – anche se Harris sta facendo meglio di Joe Biden in questo segmento elettorale. Come il rischio è che non votino o votino per un terzo candidato come l’intellettuale afroamericano Cornell West molti giovani elettori democratici, scontenti della posizione del Partito su Gaza

Tra i temi decisivi in queste elezioni vi sono l’aborto, favorevole ai democratici perché molti statunitensi vogliono difendere questo diritto, la politica estera, la sicurezza e l’economiaGli ultimi due favoriscono i repubblicani. Nel primo caso, nonostante un calo della criminalità, la percezione di molti è che gli Stati Uniti siano un luogo rischioso. Una percezione cavalcata dalla propaganda trumpiana. Nel secondo, a pesare sono inflazione, tasse, reindustrializzazione e commercio estero. Anche in questo caso la percezione è a sfavore dei democratici. Nonostante il ciclo economico di Joe Biden sia stato positivo, gli Stati Uniti sono stati oggetto a dinamiche inflattive in questi anni, pur se minori a quelle europee, ma che hanno colpito beni di prima necessità e, dunque, più facilmente percettibili dall’elettorato e che hanno contribuito ad abbassare il tasso di fiducia dei consumatori

Il 4 novembre non si voterà solamente per eleggere il o la Presidente. Come spesso accade, la scheda che si troveranno davanti gli elettori sarà quasi una “tovaglia” – in alcune zone multilingue – per eleggere diverse cariche (come lo sceriffo). Se gli elettori voteranno alcune cariche democratiche altre repubblicane si parlerà di split ticket, altrimenti di straight ticket e questo sarà un buon indicatore della polarizzazione perché questa prevale nei casi di straight ticket

Il Senato dovrebbe tornare sotto controllo repubblicano perché i democratici devono difendere 24 seggi su 35, i rimanenti sono seggi a trazione repubblicana o di elezioni incerte. Difficile, quindi, preservare la maggioranzaAlla Camera, invece, la partita sarà più aperta. Si vota per pochi governatorati, solamente undici, per lo più a vantaggio repubblicano. Infine, si voterà per ottantacinque su novantanove delle assemblee statali: parliamo degli organi legislativi dei singoli stati ed è importante vincere per i democratici. È qui – e nei governatorati – che si combatteranno parte delle battaglie nazionali, perché in tempi di polarizzazione si esaspera anche la conflittualità tra potere federale e statale. Lo vediamo con il diritto all’aborto e lo abbiamo visto che il governatorato del Texas del repubblicano Gregg Abbott: nel 2016 si oppose all’accordo con l’Iran voluto dal presidente Barack Obama, arrogandosi competenze di politica estera non sue, come non sua è la gestione dei confini con il Messico che rivendica.

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