Prima d’ora l’Unione Europea non si era mai trovata di fronte a sfide esistenziali come quelle che le si presentano in queste settimane. Rispondono piazze come quella di sabato 15 marzo a Roma, dove in 50mila si sono radunati per esprimere il proprio sostegno all’Unione. Risposte necessarie, queste, perché servono a compattare e a rafforzare nei suoi intenti quel pezzo di opinione pubblica che nell’UE ci crede, forse stuzzicando anche gli indecisi ma che rischiano anche di rimanere fini a loro stesse. Ciò anche per il permanere di alcune problematiche, non da ultimo, di cosa parliamo quando parliamo di Europa, di Unione, di federalizzazione. Una domanda, questa esistenziale, perché intreccia l’aspetto idealistico con quello programmatico, d’azione. E il fatto che non vi sia una risposta netta rende la cifra della crisi profonda in cui si trova l’Europa dove tutto si cambia per tutto lasciare, dove a vincere non siamo noi cittadini d’Europa ma i nazionalismi. 

Chiamale, se vuoi, contraddizioni. 

La situazione emergenziale in cui si trova l’Europa è frutto, per l’appunto, di un insieme di contraddizioni che ne hanno accompagnato la nascita e l’azione, soprattutto negli ultimi anni. Già il fallimento della Costituzione europea nel 2005, per effetto dei referendum di Olanda e Francia, avrebbe dovuto lanciare un allarme riguardo la persistenza dei nazionalismi in Europa. L’Unione avrebbe dovuto rispondere con piani di sviluppo che favorissero la creazione di un’identità europea – scambi culturali per ogni fascia di età, scambi lavorativi e di formazione pratica per ogni tipologia di impiego, per fare alcuni esempi – la rivendicazione dei propri successi – la legislazione che ci protegge dai trust e dai poteri di big tech, i diversi piani di investimento i cui meriti sono stati, invece, attribuiti ai governi nazionali – soprattutto la creazione di agenzie e centri di ricerca transdisciplinari per lo sviluppo di una narrazione e di un’identità europea da cui poi creare una forma di soft power e di propaganda basata sui fatti interna ed esterna ai confini dell’Europa, così da depotenziare le minacce – in primis la diffusione di false notizie e di propaganda – provenienti dall’esterno. Niente di tutto questo è stato fatto: l’Europa ha continuato a veleggiare a vista, accontentandosi di una facile situazione di stallo. 

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Il 2005 fu un avvertimento rispetto a ciò che sarebbe scoppiato con la crisi economica del 2008-2009, le cui conseguenze minarono la legittimità delle istituzioni europee, acuendo il divario tra paesi del Nord e del Sud anche a causa di provvedimenti draconiani e punitivi come accaduto alla Grecia, sottolineando i limiti di un processo di integrazione che riguardava solamente parte delle politiche monetarie e di un sistema economico che intrinsecamente aumenta le sperequazioni perché incapace di arrestare il processo inflazionistico iniziato, come ben dimostrato dallo studioso Thomas Piketty, dopo la Prima guerra mondiale. Un senso di insicurezza e vulnerabilità avvertito da molti cittadini europei a cui le istituzioni comunitarie non hanno dato risposte né rassicurazioni, così che il senso di disorientamento e paura si è acuito anche per la presenza del terrorismo internazionale e dei fenomeni migratori. L’assenza di un piano per l’immigrazione, capace di costruire una narrazione identitaria inclusiva, ha fatto sì che i semi identitari dei nazionalismi europei, fondati sull’idea di popolo corrispondente a “una di lingua, d’altare e di sangue”, parafrasando “Marzo 1821” di Alessandro Manzoni, riprendessero il sopravvento. Detto in altri termini, la persistenza profonda dell’idea di una nazione e di un popolo che sono tali perché della stessa religione (non necessariamente intesa come fede e pratica religiosa, ma come fattore cultural-identitario), dello stesso colore della pelle, della stessa lingua ha fornito una risposta a un senso di disorientamento provato da molti europei, un senso di vulnerabilità a fenomeni internazionali complessi che, come nel caso della crisi economica, erodevano il benessere sociale. L’Unione non ha fornito né antidoti, né risposte, né rassicurazioni, né strategie di gestione e risoluzione di tali problematiche. In questo modo la fiducia nelle sue istituzioni si è erosa in un momento cruciale, quello in cui siamo anche ora, cioè in cui è fondamentale la cessione di sovranità all’Europa. La Brexit è frutto anche di tutto questo ed era stata un campanello d’allarme. 

Il vuoto lasciato dall’UE è stato colmato dal riemergere dei nazionalismi e da partiti più o meno euroscettici, ma sicuramente contrari al processo di integrazione. Una spirale di sfiducia nelle istituzioni comunitarie, ma anche dei paesi membri, che corrisponde alla crisi di identità dei cittadini la quale, a sua volta, si riverbera nell’instabilità governativa presente in molti paesi e che porta i governi ad aggirare i parlamenti ricorrendo sempre più spesso a decreti e ordini esecutivi, accentuando con letture estensive delle Costituzioni i poteri dell’esecutivo. Le democrazie europee stanno, infatti, rischiando di diventare democrazie ristrette per le limitazioni all’attività giornalistica, di ricerca, al diritto di manifestazione, per la militarizzazione delle forze di polizia, come peraltro sottolineato nell’ultimo report del Segretario Generale del Consiglio d’Europa, per la diminuzione della redistribuzione dei redditi anche in forme di servizi essenziali come la sanità in favore delle privatizzazioni. Un rischio concreto anche per le continuità presenti, nei vari paesi europei, con i passati regimi dittatoriali: persistenze che a seconda dei casi sono istituzionali, giurisprudenziali, ma anche di mentalità, stereotipi e pregiudizi razzisti e antisemiti. 

Quanto abbiamo descritto è stato alimentato dalla propaganda russa e dalla diffusione di false notizie, volte a limitare il processo di integrazione per una questione che è anche ideologica. Contrariamente all’opinione spesso diffusa, la NATO e l’Europa non hanno accerchiato la Russia – è sufficiente guardare ai confini – cercando anzi negli anni di includerla in una nuova architettura di difesa e di integrazione. Il rifiuto di Vladimir Putin di procedere in tal senso è frutto di una precisa scelta ideologica sottovalutata dall’Europa sin dall’arrivo al potere del presidente russo nel 1999: da allora, nei suoi discorsi e nelle dottrine militari, Putin ha identificato nell’Europa una minaccia per ciò che rappresenta, vale a dire diritti, libertà di pensiero e di parola, illuminismo, difesa delle minoranze, della comunità LGBTQIA+ e delle donne. La saldatura con ampi margini della destra europea è, in tal senso, ideologica e in questo momento trova una convergenza con gli Stati Uniti di Donald Trump che è anche di interessi economici. La legislazione europea in materia di trust e big tech, infatti, svantaggia i big della Silicon Valley – quell’oligarchia di cui ha parlato Joe Biden – che sostengono l’attuale inquilino della Casa Bianca, anche qui spesso con una convergenza valoriale come nel caso di Elon Musk. 

L’Europa non sta rispondendo adeguatamente. Innanzitutto, mancano ancora investimenti in un piano che favorisca l’identità europea a discapito di quelle nazionali e che garantisca così sostegno al processo di federalizzazione; mancano, inoltre, piani di propaganda e soft power che avrebbero, peraltro, il merito di mantenere i conflitti freddi, inducendo gradualmente i nemici a cedere. Il processo di riarmo non è, sotto questi punti di vista, sostenuto da una vera mobilitazione delle idee. In maniera molto semplice, perché se per molti anni si è detto che non vi erano finanziamenti per far fronte al cambiamento climatico o per la sanità adesso si trova, invece, la volontà politica per sorpassare i vincoli di bilancio per investire nel riarmo? 

Il piano presentato da Ursula von der Leyen è un piano che parte dal fondo. Un piano, cioè, che non prevede una stima reale degli investimenti necessari all’ammodernamento dei servizi di intelligence e spionaggio – peraltro carenti a livello federale – così come di quelli militari. La cifra decisa è una cifra che sotto questo punto di vista può essere bassa come alta, non certamente frutto di un reale studio che avrebbe dovuto riguardare delle tematiche esistenziali quali la creazione di un esercito europeo e, quindi, una spesa comune, non legata ai singoli Stati. In caso di conflitto quasi tutti gli eserciti avrebbero munizioni diverse, dunque catene logistiche divergenti. L’efficacia della deterrenza si basa sulla credibilità della forza militare, una forza che sotto questo punto di vista non è coordinata, dipendente dagli Stati Uniti – per fare un esempio, gli F-35 hanno un sistema operativo il cui accesso dipende da Washington – dispendiosa e, quindi, inefficiente, basti pensare che gli Stati Uniti dispongono di 32 sistemi d’arma, mentre l’Europa 172. L’inefficacia di una difesa non europea, ma delegata ai singoli Stati e spesso a guida francese, la si è vista nella gestione del Sahel,  regione dell’Africa per lo più priva di copertura giornalistica per la presenza di miliziani dell’ex gruppo Wagner e per i conflitti che li contrappongono alle locali forze jihadiste affiliate ad al-Qaeda e ISIS che dal 2022 hanno reso la regione la “settima provincia dello Stato islamico in Africa”, portando lo Stato islamico a rivendicare più della metà dei suoi attacchi non più in Medio Oriente ma in Africa. La stabilizzazione del Sahel è fondamentale anche per dare una risposta alla crisi migratoria. Qui erano presenti missioni con contingenti europei, sotto la supervisione francese ma non sotto l’egida dell’Unione, come Barkhane e Takuba che sono però fallite anche per una mancata strategia di propaganda e contropropaganda capace di contrastare l’attivismo russo nella regione.  

Il piano von der Leyen è un piano ostaggio dei nazionalismi e degli interessi corporativi delle industrie. Il piano di spesa previsto – oltre, probabilmente, a continuare a comprare dagli Stati Uniti – non prevedendo fusioni, nazionalizzazioni delle industrie della difesa, o quantomeno incentivi per le industrie a creare un consorzio europeo, avvantaggia le commesse per le industrie nazionali, garantendo così guadagni agli imprenditori ma non un vero strumento di difesa europeo. Del resto, la presidente della Commissione e la sua compagine governativa sono espressione di un’Europa estremamente legata agli interessi delle industrie e dei capitali per cui è sufficiente questo grado di integrazione per garantire profitti e protezione, ma che non auspica una reale federalizzazione. Il fatto che von der Leyen parli e concretizzi un maggiore accentramento esecutivo nelle mani della Commissione, a discapito e sorpassando (o riducendo a mere formalità) le prerogative del Parlamento, rispecchia a sua volta quel processo di limitazione delle democrazie e di aumento delle prerogative dell’esecutivo di cui si diceva e, al contempo, il potere dei nazionalismi europei. A differenza del Parlamento, unico organismo eletto direttamente dai cittadini e organizzato in gruppi politici paneuropei, la Commissione viene composta con una forte influenza del Consiglio Europeo che riunisce i capi di Stato e di governo ed è pertanto più vicina alle istanze nazionali rispetto al Parlamento. 

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Vi è un ultimo rischio in questo processo. Puntare sugli eserciti nazionali è sempre rischioso perché sin dalla nascita degli Stati-Nazione sono stati un luogo di creazione delle identità nazionali e di diffusione del nazionalismo, anche perché la retorica che spesso li accompagna è quella della mobilitazione dei cittadini in armi in difesa della patria. Sotto questo punto di vista non è proteggere l’Europa, ma proteggere l’Italia o la Francia o tale Stato e solo secondariamente (e forse) l’Europa. Il rischio è quindi quello di alimentare ulteriormente i nazionalismi, anche perché la retorica di guerra compatta intorno al governo in nome di una situazione emergenziale – che esiste realmente ma che anche per questo necessita di cautele in difesa della democrazia e dell’Europa –  che giustifica il ricorso ad un ampliamento dei poteri dell’esecutivo. 

L’Europa oggi è minacciata non solo dall’esterno, ma anche dal suo interno. Abbiamo bisogno di scelte radicali e di un europeismo radicale perché solamente abbattendo gli Stati-Nazione e creando gli Stati Uniti d’Europa saremo in grado non solo di garantire la difesa dei diritti, ma anche di dare una risposta al processo di disgregazione delle istituzioni e dei trattati sovranazionali che hanno evitato sino ad ora il ricorso ad ordigni atomici e il deflagrare di conflitti mondiali. Nonostante i nazionalismi dicano il contrario, siamo tutti cittadini europei. 

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