«We’re bound for glory»: siamo destinati alla gloria. Siamo, wemai un io che prevale sulla collettività. È una citazione, questa, del celebre musicista folk Woody Guthrie – che probabilmente avrete visto nel biopic su Bob Dylan interpretato dall’attore Timothée Chalamet– di cui Bruce Springsteen è l’ultimo grande erede. Ne è l’erede per ciò che ha cantato e per come ne ha cantato dagli anni Settanta ad oggi. Come Guthrie, Springsteen ha portato nella musica la classe operaia, ha denunciato l’impossibilità di uscire dalle condizioni materiali di partenza perché, come disse la deputata Alexandria Ocasio-Cortez qualche tempo fa «I was born in a place where your ZIP code determines your destiny», sono nata in un luogo dove il tuo codice postale determina il tuo destino. 

Springsteen, come Guthrie, ha parlato della collettività e dei suoi problemi sociali, di razza e di genere in una maniera talvolta poetica come in “The River” o “The Ghosts of Tom Joad” o più rock’n’roll come in “Rosalita” o “Downbound Train” che apre con due versi eccezionali: «I had a job, I had a girl/I had something going, mister, in this world». Oppure creando un mix tra le due, come in “Adam Raise a Cain”, bellissima canzone incentrata sul rapporto tra padre e figlio, dove il secondo osserva il sacrificio del primo e si rispecchia, consapevole che erediterà la sua condizione, ma con una rabbia che preannuncia la possibilità di ribellione nei confronti dei peccati di cui non ha colpa:

You’re born into this life paying
For the sins of somebody else’s past
Well, daddy worked his whole life for nothing but the pain
Now he walks these empty rooms looking for something to blame
You inherit the sins, you inherit the flames

C’è un io che narra – e spesso, come in “Adam Raised a Cain”, parla di un lavoro che è una condanna esistenziale – e che è sempre tra la gente, come se fosse, per l’appunto, lo spirito di Tom Joad, il personaggio centrale del romanzo Furore (The Grapes of Wrath, 1939) di John Steinbeck che incarna la coscienza di classe e la necessità di lottare per il riscatto:

Then Tom said “Ma, whenever ya seen a cop beatin’ a guy

Wherever a hungry new born baby cries

Wherever there’s a fight against the blood and hatred in the air

Look for me ma, I’ll be there

Wherever somebody’s strugglin’ for a place to stand

For a decent job or a helpin’ hand

Wherever somebody is strugglin’ to be free

Look in their eyes ma, you’ll see me

“The Ghost of Tom Joad” inizia con il narratore che è solo, di notte, lungo i binari della ferrovia e descrive la povertà delle persone, ma si conclude con un passaggio implicito al «we», al noi, perché ha trovato lo spirito di Tom Joad che così assume anche il significato di hope, speranza

Speranza è parte del titolo di una canzone registrata da Springsteen nel 1999 ed oggi nome del suo nuovo tour e dell’ultimo EP rilasciato pochi giorni fa: Land of Hope and Dreams, la terra della speranza e dei sogni – e non dimentichiamoci che la dimensione del sogno è quella della fantasia, del racconto, in cui si immagina un mondo diverso con cui dare forma all’azione, perché raccontare è resistere, come avrebbe detto lo scrittore Luís Sepúlveda.

Resistenza, speranza, sogno e racconto sono tutte cose che Springsteen riprende da Guthrie per cui fondamentale era scrivere hard-hitting songs for hard-hit people: canzoni che colpiscano duramente per persone colpite duramente. Per Guthrie il compito dell’artista è quello di raccontare la comunità, in una narrazione che fonde il dramma del singolo con quello della collettività, dando coraggio e speranza, individuando un better world a comin’ (la citazione è di Guthrie) che possiamo raggiungere se creiamo una union: un’unione che è spirituale e materiale, ma che indica anche l’organizzazione sindacale per resistere ai soprusi del capitalismo.

Springsteen è probamente consapevole del ruolo che ha per molti statunitensi – e non solo.  Si tratta di una responsabilità che è quella di essere stato (ed essere tutt’ora) una sorta di portavoce. All’indomani dell’attentato dell’11 settembre molti statunitensi chiedevano a Springsteen di dire qualcosa, di spiegargli che cosa stesse succedendo. “We need you know» sembra che gli abbia detto un individuo mentre erano fermi entrambi al semaforo. Springsteen rispose alla chiamata e pubblicò l’album The Rising.

In queste settimane il Boss, come lo chiamano i suoi fan, è in tour in Europa. Ha suonato a Manchester e in questa occasione ha criticato il presidente Donald Trump e ha chiamato all’azione e all’unione: «questa notte chiediamo a tutti coloro che credono nella democrazia e nel meglio della nostra esperienza americana di unirsi a noi. Alzate la voce contro l’autoritarismo e lasciate che la libertà risuoni» sono parole dure, con cui Springsteen introduceva la canzone “Land of Hope and Dreams”. E infatti hanno provocato una così dura reazione da parte di Donald Trump, che in un tweet ha di fatto minacciato l’artista di ritorsioni, che l’American Federation of Musician è dovuta intervenire per sostenere Springsteen – e Taylor Swift, tornata nel mirino di Trump per il suo sostegno ai democratici. A sua volta, il Boss ha risposto pubblicando un EP intitolato Land of Hope and Dreams, contenente discorsi e brani critici nei confronti dell’attuale inquilino della Casa Bianca

Successivamente, nel corso del concerto, il Boss ha aggiunto: «l’ultimo argine al potere, quando i pesi e i contrappesi del governo hanno fallito, sono le persone: io e te. È nell’unione [union] delle persone attorno a un insieme comune di valori. Ora, è tutto ciò che resta tra la democrazia e l’autoritarismo». Springsteen, come Tom Joad, non si limita a chiamare all’azione: agisce per primo, mostra una strada, che è quella dell’impegno e della resistenza, dicendo “siamo io e te, io sono al tuo fianco”. 

«We» può volere dire tante cose, soprattutto in un paese nato con il «difetto di nascita» (la citazione è di Condoleezza Rice, Segretario di Stato di George W. Bush) della schiavitù e dell’esclusione delle donne dal voto. E infatti, introducendo “My City of Ruins” Springsteen specifica e denuncia – la denuncia è un altro tratto distintivo dell’artista secondo Guthrie – con un senso di urgenza, facendo ruotare il discorso sul termine «America» che a differenza di «United States» indica la proiezione mitica, di sogno, di progetto di vita in cui si intreccia la storia dell’individuo con quella della collettività: 

In America stanno perseguitando persone per aver esercitato il loro diritto alla libertà di parola e per aver espresso il proprio dissenso. Questo sta succedendo adesso.

In America, gli uomini più ricchi provano soddisfazione nell’abbandonare i bambini più poveri del mondo alla malattia e alla morte. Questo sta succedendo adesso.

Nel mio paese, stanno provando un piacere sadico nel dolore che infliggono ai lavoratori americani fedeli, stanno smantellando le storiche leggi sui Diritti Civili che avevano portato a una società più giusta e plurale, stanno abbandonando i nostri grandi alleati e schierandosi con i dittatori contro chi lotta per la propria libertà.

Stanno tagliando i fondi alle università americane che non si piegano alle loro richieste ideologiche. Stanno rimuovendo residenti dalle strade americane e, senza alcun giusto processo, li stanno deportando in centri di detenzione e prigioni all’estero. Tutto questo sta succedendo adesso

Springsteen denuncia le ingiustizie e le violazioni commesse dall’amministrazione Trump, spiegando in questo modo perché è una forma di autoritarismo, mettendo in guardia anche noi Europei: questa cosa vi riguarda, in fondo abbiamo un destino comune e Trump lo sta distruggendo. E poi fa un’operazione tanto interessante quanto pienamente inserita nel linguaggio politico statunitense e nella tradizione del populismo (che negli USA non significa critica delle istituzioni, ma critica di chi ci sta dentro, quindi l’idea di doversi difendere e di dovere rivitalizzare la democrazia e l’America) novecentesco a cui anche Guthrie attingeva. E lo fa sottolineando una differenza tra «noi» e «loro» che non sono veri cittadini americani, che non sono il vero popolo:

La maggioranza dei nostri rappresentanti eletti ha fallito nel proteggere il popolo americano dagli abusi di un presidente inadatto e di un governo fuori controllo.

Non hanno alcuna idea né alcuna cura per ciò che significa essere profondamente americani. L’America di cui vi canto da cinquant’anni è reale e, nonostante i suoi difetti, è un grande paese, con un grande popolo.

Perciò, sopravvivremo a questo momento.

E ho speranza, perché credo nella verità di ciò che ha detto il grande scrittore americano James Baldwin. Ha detto che in questo mondo non c’è tutta l’umanità che si vorrebbe.

Ma ce n’è abbastanza

Springsteen conclude con un messaggio di forza e speranza e poi canta “My City of Ruins” con gioia, che è quella dello stare insieme nonostante le avversità, come in un gospel -come è di fatto questa versione della canzone – perché la lotta per il cambiamento può essere qualcosa di gioioso, divertente e musicale. E qui risuona la lezione del sindacato degli Industrial Workers of the World, ma questa è un’altra storia. 

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